di Ettore Bonalberti 

 

 

Ho letto con interesse l’articolo di Pasquale Tucciariello sul progetto di macroregione del Sud (https://alefpopolaritaliani.it/2025/12/30/macroregione-del-sudlegittimata/), articolo che, con dovizia di riferimenti storico culturali, evidenzia le ragioni di opportunità politica per garantire alle realtà territoriali del Sud quel ruolo indispensabile per colmare il divario presente con quelle dell’Italia settentrionale. Il tema delle macroregioni è stato da me più volte approfondito, anche grazie al tentativo che con l’amico Mimmo Menorello facemmo, alcuni anni or sono, per la macroregione del Nord-Est. Ricostruii quella vicenda in un articolo pubblicato su Il Popolo l’11 Luglio 2023. In esso evidenziavo come, a quella data, fossero trascorsi più di duemila giorni dal referendum veneto per l’autonomia (22 ottobre 2017)  e come i segnali che giungevano dal governo della destra meloniana sembrassero non offrire alcuna speranza, nonostante le minacce del ministro Calderoli, che si è era così  espresso: “se non passa l’autonomia differenziata lascio la politica e, stavolta, non come Renzi”.

Era quello il tempo in cui,  molti amici delle regioni meridionali esprimevano alcune critiche al progetto, nel timore che, con l’autonomia differenziata, prevista dalla Costituzione, si potessero creare situazioni, peraltro già esistenti, di forte differenziazione in Italia su alcune materie rilevanti come: scuola, sanità e servizi. Da parte mia, sottolineai che la mia Regione è una delle poche che nel suo Statuto, approvato con  legge regionale n. 340 del 22 maggio 1971, si parla esplicitamente di “popolo veneto”. A quel giudice della Corte Costituzionale (nella quale il compianto avv. Ivone Cacciavillani si era presentato  a sostegno delle tesi della Regione Veneto contro il ricorso presentato al governo centrale sulla legge regionale per l’autonomia veneta) il quale, sentendo parlare di “autogoverno del popolo veneto”, intervenne in modo assai poco consuetudinario, durante l’arringa del difensore,  affermando che: “ in quest’aula si può parlare solo di popolo italiano”, il Nostro replicò,  con un efficace proverbio veneto: “la bocca la si lega solo ai sacchi”.

Una felice espressione del nostro dialetto che, con le rigorose argomentazioni giuridiche esposte da Cacciavillani, favorì la vittoria in giudizio del Veneto. Ora, dopo molto tempo anche dalla data di svolgimento del referendum veneto (22 ottobre 2017) che, con stragrande maggioranza decise il SI per l’autonomia differenziata, siamo ancora a un punto morto e credo che, come abbiamo proposto alcuni anni fa, proprio insieme all’avv. Cacciavillani e all’amico On Domenico Menorello, si dovrebbe riaprire il tema della macroregione del Nord Est, nel quadro di una più ampia riforma in senso federale del nostro Paese.

È assai interessante che gli amici meridionali, come quelli del gruppo vicino a Pasquale  Tucciariello, si siano anch’essi convinti dell’idea di una macroregione del Sud.

L’Italia, com’è noto, vive la realtà istituzionale regionale diversa tra cinque Regioni a statuto speciale e 15 regioni a statuto ordinario; 20 Regioni che hanno raggiunto un livello  di  costi non più sostenibile dal bilancio nazionale Una congerie di competenze  accumulate in maniera confusa e  progressiva:  dai decreti delega che, dal 1977,  hanno affidato alle regioni molte competenze amministrative, alle caotiche funzioni relative al controllo del territorio, ripartite e spesso rimpallate tra regioni, città metropolitane e comuni, sino al decentramento delle leggi Bassanini e alla modifica del Titolo V della Costituzione con l’invenzione delle competenze concorrenti, fonti del caos permanente dei ricorsi presso la Corte Costituzionale.

È questa la triste realtà in cui versa il nostro regionalismo permanendo l’ormai incomprensibile, iniqua e antistorica differenziazione tra regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale. Se a questo gravissimo ircocervo istituzionale si aggiunge una sostanziale irresponsabilità amministrativa delle Regioni che vivono una schizofrenica situazione, tra competenze dirette  in materia di spesa e competenze pressoché nulle in materia di entrate, in larga parte derivate dallo Stato, e, dulcis in fundo, gli immorali comportamenti sperimentati con i casi di corruzione-concussione e scandalo di rimborsopoli o di cattiva gestione come in alcune regioni, appare pressoché impossibile difendere l’attuale assetto istituzionale regionale.

Della lezione regionalista sturziana si è data un’interpretazione fuorviante che si è accompagnata da un esercizio distorto delle competenze che, in origine, avrebbero dovuto restare quelle di legislazione, programmazione e controllo e che, viceversa, sono diventate sempre più funzioni di gestione diretta e indiretta attraverso una congerie di enti e aziende partecipate che concorrono in larga misura all’enorme deficit strutturale dell’Italia. Di qui la necessità di ripensare al nostro assetto istituzionale, ricollegandoci a una corretta interpretazione del pensiero regionalista sturziano e alla lezione del prof Miglio che, per primo, teorizzò l’idea delle macroregioni come possibile soluzione al complesso e disorganico processo di formazione storico politica dell’unità nazionale. Sostenitori della tesi del prof Miglio, da anni proponiamo in Italia  il passaggio dalle attuali 20 regioni a 5-6 macroregioni. 

Fu presentato a suo tempo una proposta di legge da parte di due deputati PD, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, che prevedeva la riduzione delle attuali 20 regioni a otto regioni così individuate: Regione Alpina (Piemonte-Liguria – Val d’Aosta)-Lombardia- Regione Triveneto- Regione Emilia-Romagna-Regione Appenninica- Regione Adriatica- Regione Roma Capitale- Regione Tirrenica-Regione del Levante-Regione del Ponente- Regione Sicilia-Regione Sardegna. Insomma, la proposta sembrava cominciare a farsi strada. Nel Veneto, in speciale modo, viviamo l’ormai insostenibile condizione di terra di confine con due regioni a statuo speciale quali il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino-Alto Adige.

È stata l’intuizione dei democratici cristiani veneti a sviluppare agli inizi degli anni’80 l’idea di Alpe –Adria, nella concezione berniniana dell’”Europa delle Regioni”, nella quale un ruolo trainante poteva e doveva essere assunto dall’area del Nord-Est o del Triveneto. Esaurita la falsa prospettiva dell’indipendenza del Veneto e ridotte al lumicino quelle sull’autonomia differenziata, assai più realistica può diventare quella della costruzione della macroregione del Nord-Est o del Triveneto. Non si tratta di togliere o ridurre l’autonomia che, seppur in maniera diversa, godono oggi il Friuli V. Giulia e  il Trentino-Alto Adige, ma,  di spalmare su tutte e tre le regioni la stessa autonomia. Ci soccorrono due articoli della nostra Costituzione ai quali possiamo ricorrere, un metodo di lavoro che ci permettiamo di suggerire anche agli amici del Sud interessati/bili:

Articolo 116 (vedi ultimo comma)

Il Friuli-Venezia Giulia [cfr. X], la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale. La Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol è costituita dalle Province autonome di Trento e di Bolzano. Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata. È la strada intrapresa giunta, ahinoi, all’attuale stand by.

Articolo 132

Si può con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione d’abitanti, quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse [cfr. XI].

Si può, con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra. Questa dell’art.132, è l’ultima possibilità che ci rimarrebbe da sostenere, anche attraverso il referendum consultivo, certamente privo di efficacia giuridica concreta, ma dall’indubbio valore politico, sull’autonomia del Veneto. È tempo di passare, al Nord come al Sud, dalle parole ai fatti e procedere secondo le strade indicate dalla nostra Carta costituzionale.