di Ruggero Morghen



La visita di papa Benedetto XVI alla tomba di padre Pio, avvenuta il 21 giugno del 2009, emozionò “come figlio di San Giovanni Rotondo” lo storico (ma anche giornalista e politico) Giuseppe Tamburrano (1929-2017), che in quanto responsabile culturale del Psi aveva inteso recuperare "elementi di una cultura popolare italiana – lo rileva Stefano Rolando -, di una antropologia della comunità sociale in mutamento, in un certo senso minacciati dal nuovo, in particolare dalla commistione tra business e tecnologia".

Quella visita di Benedetto evocò in lui “il ricordo di un villaggio contadino, di un piccolo convento francescano aggrappato alla roccia della montagna”, di quel cappuccino inoltre “con le mani piagate nei guanti e un volto sorridente, circondato dalla devozione quasi clandestina di pochi”. Un elemento, questo, che Tamburrano sottolinea volentieri fin dalle prime battute, allorché nota che “non tutti nella Chiesa hanno amato il frate con le stimmate “. 

Il suo intervento fu ospitato allora dall’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, che evidenziava il ruolo ricoperto allora – e per lungo tempo - da Tamburrano: quello di presidente della Fondazione Nenni, relativa dunque alla figura politica cui egli dedicò alcuni saggi, in particolare Pietro Nenni (Roma-Bari, Laterza, 1986) ma anche Intervista sul socialismo italiano (Roma-Bari, Laterza, 1977).  

Ecco un brano dall’Osservatore: “Dopo le quotidiane sassaiole contro la squadra dei figli dei signori io, caporione della squadra dei figli dei cafoni, andavo al convento a preparare le recite che la maestra Cleonice organizzava in onore di padre Pio - ricordo sant'Agnese, interpretata da una bionda, eterea fanciulla che fu il mio primo amore:  io ero nelle vesti del centurione Vinicio, convertito da Agnese - o a esercitarmi per le mie esibizioni canore:  ricordo l'Ideale del Tosti che ho cantato accompagnato all'organo dal sacerdote Di Gioia”. 

Dopo tanti anni rimaneva in lui particolarmente vivo il ricordo del padre Luigi (1894-1964), leader del Partito socialista eletto sindaco nelle elezioni dell'ottobre 1920 (poi diverrà senatore), e di “quel tragico ottobre che, il giorno 14, registrò quattordici cadaveri e molti feriti tra i proletari - tante donne! - che volevano issare la bandiera rossa sul municipio e furono ricevuti a colpi di arma da fuoco dalla forza pubblica e dagli agrari”. Il destino di suo padre fu segnato allora:  l'emarginazione sociale e civile e la miseria dell'esiliato in patria. 

“Senza clienti e senza amici (tutti diventati fascisti) non diceva nulla:  subiva, viveva triste, assente. Ebbene quest'uomo mite, onesto, umiliato, escluso dal consorzio civile del paese trovò in padre Pio un vero amico, un cuore fraterno, una mente intelligente che sapeva come nessuno farlo sorridere e dargli la forza della speranza. E non gli chiese mai:  perché non entri in chiesa? Prima di morire, mio padre, cristiano autentico per tutta la vita, riconobbe il Dio cattolico”. Era il 1964: Padre Pio sarebbe morto quattro anni dopo.

La rievocazione di quei fatti e quegli anni da parte di Tamburrano avvenne anche in un’intervista per il settimanale “Dipiù” (Cairo editore) condotta nel 2011 dalla brava Ines Pino. Dove spiccano la prozia del futuro storico che divenne figlia spirituale di padre Pio, la mano guantata del frate che accarezza teneramente il piccolo Giuseppe e la Prima comunione somministratagli dal santo di Pietrelcina. “In quel momento – racconta Tamburrano - lo vidi diverso, ispirato, trasfigurato, come illuminato. Poi, mentre mi porgeva l’ostia, il volto gli si rigò di lacrime. Mi misi a piangere anch’io”.