di Stelio W. Venceslai



Ciò che sta accadendo nel mondo occidentale (sempre che questo aggettivo abbia un senso politico e non geografico), dovrebbe preoccupare tutti. È in crisi forse irreversibile il sistema dei valori sui quali si è faticosamente composta, nel giro di due secoli, la struttura stessa dell’Occidente. 

Homo homini lupus, una constatazione (non un una regola) sempre più valida che giuristi e politici illuminati hanno cercato di ricondurre dentro le maglie di una legge universale, imbrigliando l’uso della forza da parte dei più potenti con una serie di norme, trattati e comportamenti.

Dal lontanissimo Congresso di Vienna (1815) dopo la sconfitta di Napoleone, che dette un assetto stabile al sistema europeo per oltre mezzo secolo, si passò al Congresso di Berlino (1887) dove le grandi Potenze si misero d’accordo per spartirsi l’Africa (ma formalmente per abolire la schiavitù) fino al Trattato di Versailles, nel 1919, dove gli Stati Uniti vittoriosi imposero la loro visione utopica (ma non tanto) del mondo, i potenti hanno sempre cercato di tutelare i loro interessi in nome della stabilità geopolitica del pianeta. 

Ma possiamo andare molto più indietro, al trattato di Tordesillas (1494), voluto dal Papa Alessandro VI, che divise le nuove terre scoperte (e da scoprire) fuori dall'Europa lungo un meridiano immaginario, a 370 leghe a ovest delle Isole di Capo Verde: le terre a ovest spettavano alla Spagna, quelle a est al Portogallo.

Wilson volle creare un consesso di Nazioni, dopo il 1918, dove contemperare le esigenze nazionali, gli interessi economici e le ambizioni politiche degli Stati. La Società delle Nazioni fu il primo grande esperimento politico internazionale cui non aderirono, tra l’altro, gli Stati Uniti, pur essendone i propositori.

Dalla Società delle Nazioni venne un insieme di regole e di norme volte ad attenuare il principio del diritto del più forte. Non ebbe fortuna perché, fuori gli Stati Uniti, allora potenza emergente, e fuori Giappone, Germania e Italia, alla fine si rivelò una scatola vuota. Occorreva un’altra struttura “guidata”, le Nazioni Unite, sorta dopo la seconda guerra mondiale su iniziativa delle potenze vittoriose di allora, un altro grande esperimento fallito.

L’attacco di Putin, con vari pretesti, all’Ucraina martire, ha sollevato, qualche anno fa, l’indignazione del mondo, tutti o quasi contrari alla violazione delle frontiere di uno Stato sovrano.

Dopo la guerra nel frattempo condotta da Israele in Medioriente, che ha diviso tra filo-palestinesi e filo-israeliani, la politica estera d’intervento di Trump si colloca sulla stessa scia di prepotenza e di potere e non solleva più critiche se non di comodo.

La regola nascente è: chi ha la forza la può usare a sua discrezione, quando e come vuole, con pretesti più o meno accettabili.

È legittimo attaccare insediamenti supposti come basi del terrorismo? Certamente. È legittimo bombardare. Il terrorismo islamico che massacra i cristiani in Africa? Non c’è dubbio. Può Israele reagire indiscriminatamente contro il terrorismo palestinese? Senza dubbio, chi è contrario è un antisemita. È legittimo bombardare l’Iran perché vuole dotarsi di una sua forza nucleare? Certo, perché è un pericolo per l’umanità.

Ora il nuovo nemico è il narcotraffico. Le autocrazie hanno sempre bisogno di un nemico È legittimo colpire il narcotraffico dovunque? Chi può dire di no?

Però, si tratta di una legittimità morale apparentemente vestita di legittimità giuridica. Qui, di diritto ce ne è molto poco. Prevale la cosiddetta indignazione morale. Chi giudica di questa legittimità? Solo il potere di chi ce l’ha.

Ci stracciamo le vesti per la fine tristissima del diritto internazionale che abbiamo conosciuto in questi ultimi due secoli. Ma quel diritto si è retto sulla forza o sull’astensione dalla forza degli Stati più potenti.

Purtroppo il diritto vale solo se lo si fa rispettare. Per rispettarlo va sostenuto con la forza. Chi ha la forza (e la volontà) per farlo? Nessuno. Non certo la vecchia Società delle Nazioni e, tanto meno, le Nazioni Uniti, le cui Risoluzioni restano lettera morta perché l’ONU non ha un esercito, non ha deterrenza nucleare ed è alla mercé, appunto, degli Stati più forti che lo governano. È in grande, la situazione, in piccolo, dell’Unione europea.

Fra la spada di Brenno sul piatto dei riscatti, la domanda d Stalin su quante divisioni avesse il Papa e l’invasione nordamericana in Venezuela per rapirne il Capo di Stato, non c’è grande differenza. Il diritto poggia da millenni sulla spada dell’invasore. Tutto il resto sono solo chiacchiere da moralisti o da postribolo. Non fanno la storia. La storia la fanno i vincitori

Dov’è quell’autorità suprema che dovrebbe giudicare e sanzionare? Non c’è, non c’è mai stata, neppure per interposta persona.

Maduro non mi è mai stato simpatico, come il chiavismo. È un dittatore come molti altri, nella Corea del Nord o in Iran. Ha il difetto d’essere nell’America latina, come Cuba, il Nicaragua, la Colombia, l’Ecuador e la Bolivia. La sua defenestrazione mi ricorda quella di Noriega, ma quello è un territorio americano. Gli Usa possono fare quello che vogliono, tanto la Russia è lontana e impotente, impantanata in una guerra che non riesce a vincere. Al momento, è uno straccio bagnato.

A Washington non interessano né la libertà né la democrazia né lo Stato di diritto. È più importante il petrolio da negare alla Cina e riaffermare il diritto di avere le mani libere.

La realtà s’impone al di fuori delle ipocrisie pacifiste o legittimiste dei benpensanti. Servono solo a giustificare gli schieramenti politici della vecchia Europa. Il prossimo caso Groenlandia metterà a nudo altri interessi. Anche il Giappone sosteneva che dove ci sono le risorse occorre prenderle. Una lezione da non dimenticare. C’è un predatore, in Occidente, forse peggiore di Putin.