di Stelio W. Venceslai



Dopo l’exploit di Trump a Caracas e il rapimento del Presidente Maduro si è creata una situazione bollente in tutta l’America latina e non solo.

In Venezuela non è chiaro cosa stia accadendo. Formalmente è subentrato al potere il Vice presidente, Delcy Rodrìguez, che ha lanciato un appello a «difendere la tranquillità della Repubblica» e a «garantire la liberazione del nostro eroe, Nicolas Maduro, e della nostra eroina, Cilia Flores». Ma già Trump ha detto che l’”operazione” non è finita e della nuova Presidente ad interim non gliene importa nulla, sottolineando, con il suo solto garbo, che chi deve decidere è lui.

Non gli piace neppure la figura di Corinna Machado, Premio Nobel per la Pace, 2025, fuoriuscita venezuelana dissidente. Intanto, il regime chavista stringe i freni contro dimostrazioni di piazza, pro e contro Maduro, come dire pro e contro gli Stati Uniti. È una situazione incandescente che potrebbe sfociare in una guerra civile.

Inoltre, Trump ha fatto sapere che il servizio reso al popolo venezuelano va pagato all’America con una prima fornitura di 30/50 milioni di barili di petrolio. Poi si vedrà. Una decisione considerata dalla Cina “un atto di bullismo internazionale”. La Cina importava l’80% del petrolio di Caracas ed ora non più. Si capisce la sua reazione.

Il petrolio, d’altronde, interessa Trump molto più della libertà dei Venezuelani. Per ora Trump ha convocato le principali compagnie petrolifere occidentali per ammodernare e mettere a punto lo sfruttamento razionale delle riserve energetiche venezuelane come se fossero roba sua. Non è andata bene, perché il capitalismo ha bisogno di sicurezza e il Venezuela  è ancora in un limbo: democrazia o un regime più attenuato?

“Continuiamo ad essere in contatto con il governo ad interim del Venezuela e le loro decisioni continueranno ad essere dettate dagli Stati Uniti”. Così ha detto la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt in un briefing con la stampa. Chiarissimo.

La situazione politica a Caracas regge, nonostante il blitz americano. Il sistema chavista ha i suoi fedeli, soprattutto tra polizia ed esercito, in un equilibrio politico molto difficile. Nessuno osa reagire ma nessuno è contento e su questa instabilità poggia attualmente il potere della Presidente ad interim.

Tutta l’America latina è sul chi vive. La Colombia è sul piede di guerra, spalleggiata dalla Bolivia e, forse, dall’Ecuador, convocando il popolo per difendere la sovranità nazionale colombiana, minacciata espressamente da Trump, e schierando l’esercito lungo la frontiera con il Venezuela. Un altro Afghanistan? Assolutamente no, ma  le tensionbi continuano.

Chi sta messo molto male, invece, è il governo cubano, da sempre spina nell’occhio di Washington. Il blocco delle forniture venezuelane di petrolio, praticamente a prezzo zero, rischia di far naufragare definitivamente la già agonizzante economia cubana.

Tremano anche, per motivi diversi, la dittatura in Nicaragua e il governo messicano che continua a rifornire Cuba. Tutto il sistema caraibico è in sussulto. La mano del padrone è pesante. Può colpire ancora con vari pretesti: difesa nazionale USA, lotta all’immigrazione clandestina, al narcotraffico, al terrorismo diffuso.

Im Medioriente Netanyahu spinge per una soluzione analoga nei confronti del regime di Teheran, squassato da fermenti repressi con la solita violenza.Migliaia di morti e migliaia di arresti. Che ne dicono i nostri pacifisti  tradizionali? Landini muoverà le masse in un ennesimo sciopero generale in difesa dei diritti umani e della libertà in Iran? Ci saranno due flotille in preparazione, una per  il Venezuela ed una per  l’Iran?

Si vocifera che Khamenei, la Guida Suprema, stia facendo passi segreti con Washington e, allo stesso tempo, le valige per rifugiarsi a Mosca con la famiglia, come già fece Bashir Assad. Putin, si sa, è di buon cuore ed è disposto ad accoglierli tutti. D’altronde la Russia, nella situazione impantanata in cui si trova in Ucraina, non può far nulla salvo strillare in difesa della salvaguardia del diritto internazionale (di cui, notoriamente, è massima paladina.)

Sistemata la questione Maduro, il nuovo cesare nordamericano rivolge la sua attenzione alla Groenlandia, di cui sembra che gli Stati Uniti non possano fare a meno (come Putin con il Donetz).

Qui gli Europei, una volta tanto a muso duro, gli hanno ricordato che le frontiere europee sono sacre ed inviolabili e che di cedere un territorio di pertinenza europea non se ne parla nemmeno. Tutta la NATO contro gli Stati Uniti, membri della NATO: un pasticcio politico-giuridico da vaudeville.

Angelicamente, la nostra Presidente del Consiglio difende le mosse di Trump sul Venezuela, a parer suo giustificate dall’interesse nazionale nordamericano, di cui non ci dovrebbe fregare nulla. Questo schierarsi a favore di Trump, però, fa a pugni con la politica europea, cui la nostra Presidente del Consiglio ha concorso, anche se blandamente, nei confronti delle pretese dello stesso Trump sulla Groenlandia.

Sempre angelicamente, sulla questione ucraina la Meloni è schierata con l‘Europa. È d’accordo per aiutare Kiev e i “volenterosi” che ipotizzano una forza armata d’intervento a sostegno dell’Ucraina dopo l’ipotetica firma di un armistizio con Putin. La nostra Presidente del Consiglio, però, esclude che l’esercito italiano possa far parte di questa allegra brigata. I soldati italiani la guerra la fanno solo in casa. Alla peggio, solo per missioni di pace decise dalle Nazioni Unite che, però, non ci sono più.

Questi capolavori di ambiguità italiane forse, alla fine (ma ne dubito), daranno una parvenza di saggezza e d’intelligenza diplomatica al nostro Paese. L’impressione, però, è che tra poesia e realtà ci sia un fossato pieno di ipocrisia e d'incapacità decisionale. Permane l’equivoco di una Destra divisa in materia di politica estera.

Gli equilibrismi della Meloni probabilmente serviranno a salvare il salvabile della coalizione di Destra sul piano interno, ma sono pericolosi sul piano internazionale. A furia di accontentare tutti si scontentano tutti. Ma dov’è il nostro vero interesse, a Washington oppure a Bruxelles?

La Meloni, prima o poi, sarà costretta a decidere da che parte stare. Non potrà solo limitarsi a dire che nel caso Groenlandia non condivide le scelte del Presidente USA.