di Stelio W. Venceslai



La Cina in questo momento è il grande enigma della geopolitica. Parla poco e agisce in silenzio, con una penetrazione molto soft, ma è presente in quasi tutti punti del globo. C’è, ma è un ospite silenzioso.

Tra il 1958 e il 1962, 45 milioni di Cinesi morirono di fame durante la follia del Grande balzo in avanti di Mao, il più grande esperimento socialista della storia. Pochi anni dopo la morte di Mao, nel 1981, l’88% della popolazione cinese viveva ancora in condizioni di estrema povertà.

Grazie alle riforme dell’economia di mercato avviate da Deng Xiaoping all’inizio degli anni Ottanta, la percentuale di persone estremamente povere in Cina è ora scesa al di sotto dell’1% . Allo stesso tempo, il numero di miliardari è passato da zero a oltre 500. Solo gli Stati Uniti ne hanno di più.

Chi ragiona in termini di gioco a somma zero non riesce a spiegarsi come il numero dei ricchi possa aumentare così rapidamente e, allo stesso tempo, il numero dei poveri possa diminuire altrettanto rapidamente. Il miracolo cinese è tutto qui.

La Cina è un impero multinazionale, come la Russia, un Paese comunista con un comunismo molto diverso, un Paese a partito unico dove si vota, in omaggio alla democrazia formale, ma anche un regime autocratico che, però, lascia la libertà economica ai suoi cittadini.

Come Hitler voleva che tutti i Tedeschi fossero sotto l’usbergo del Reich, anche la Cina vorrebbe riunire tutti i Cinesi nel suo impero e, se non tutti, almeno quelli di Taiwan. È un punto debole per l’Impero, ma anche un punto di forza. Da anni si parla d’invadere l’isola, ma finora non è accaduto nulla. La Cina sa aspettare che i frutti maturi cadano dall’albero. Chi scuoterà l’albero?

Al World Economic Forum di Davos (19- 23 gennaio ’26) sono attesi oltre 2.500 esponenti del mondo economico, politico, scientifico e culturale. Fra essi figurano 200–300 persone protette dal diritto internazionale, quali capi di Stato e di Governo, ministri e rappresentanti di alto rango di organizzazioni internazionali. L’evento sarà seguito da circa 400 operatori dei media nazionali e internazionali. Sarà presente anche la Cina, il convitato di pietra. Una cosa grossa assai.

Dal programma ufficiale non risulta, invece, almeno per ora, la partecipazione dell’Italia con la Meloni.

L’obiettivo del Forum, come tema ufficiale, è lo “Uno spirito di dialogo”, un auspicio che contrasta con la situazione attuale sull’orlo del precipizio nucleare, tra guerre guerreggiate e armamenti volti ad ottenere vantaggi strategici che continuano a frammentare la società umana.

A Davos ci saranno soprattutto i magnati della terra, quelli che contano davvero (non solo i politici, veri o presunti), ma quelli che posseggono la metà delle ricchezze del pianeta e che hanno 4.000 volte in più di probabilità (avete capito bene, 4.000) di accedere a posizioni politiche importanti rispetto all’uomo comune.

Se questa è democrazia, giudicate voi. Ci saranno, come ho detto, anche i politici, ma a parte gli eserciti, riforniti dai magnati, quanto contano davvero?

Davanti a questa assise mondiale comparirà anche Trump, determinato a imprimere una svolta unilaterale e pro-business alle relazioni economiche e politiche internazionali.

Farà il suo solito show basato sulla sua immaginazione (le otto guerre che si sarebbero concluse sul pianeta per il suo intervento) e sui suoi desideri (la Groenlandia, in primo luogo, e poi il dominio nordamericano su tutta l’America latina, a partire da Cuba affamata, forse l’Islanda e chissà, magari anche il Canada). Le sue più recenti dichiarazioni su dazi, sicurezza, misure punitive per i Paesi più riottosi (Norvegia, Francia e Danimarca) e alleanze hanno riacceso l’incertezza sui mercati e messo in allarme i partner storici, soprattutto europei.

Affronterà anche il tema del Board of Peace per la seconda fase degli accordi su Gaza. Ha invitato un sacco di gente, dalla Russia al Qatar a Israele, anche la Bielorussia, il satellite di Putin, che non c’entra proprio per niente. In questa particolare occasione dovrebbe esserci anche l’Italia, forse, ma non m’immagino che la Meloni stringa le mani a Putin, dopo gli aiuti italiani all’Ucraina. Addirittura Trump sarebbe pronto per venerdì alla firma degli accordi.

Non ci saranno, invece, né Le Nazioni Unite, ormai in totale declino, né i Palestinesi, che sono la parte interessata (né come Hamas né come Autorità palestinese).

Quanto tutto ciò sia credibile e fattibile è solo da indovinare. Nel gioco di bussolotti della politica estera trumpiana tutto è possibile. Quello che è incredibile è che gli si dia retta. Macron ha avuto il coraggio di parlare di ricatto e di bullismo internazionale, e Trump gli ha comminato un dazio del 200% su vini e champagne, per punizione. Come a scuola. I magnati del petrolio hanno già reagito negativamente all’invito di Trump di investire in Venezuela, considerato insicuro per i loro investimenti di cui devono rendere conto ai rispettivi azionisti.

Il linguaggio del denaro è forte e conciso: se non mi conviene non ci sto. È probabile che questo avvenga anche a Davos, nonostante i buoni uffici di Tony Blair, ripescato dal nulla. Staremo a vedere.