di Stelio W. Venceslai



A Davos le cose sono cambiate, almeno per ora. Il discorso di Trump ha spaventato tutti. Nessuno vuole fare il vassallo degli Stati Uniti, e tanto meno il vassallo felice.

Macron ha parlato chiaramente di bullismo internazionale. Trump lo ha sbeffeggiato e minacciato sanzioni gravissime, con la sua solita grazia western, ma molti condividono le opinioni di Macron.

Gli Stati Uniti saranno pure la più grande potenza tecnologica attualmente esistente al mondo, ma non possono mettersi contro tutti, rendere ostile l’Unione europea e spaccare la NATO.

Trump può fare l’autocrate e il gradasso, ma a casa sua, finché lo tollera il suo elettorato, non sul pianeta. Questo spiega il suo passo indietro.  Si vanta, al solito, di avere ottenuto tutto ma ha solo concordato tramite il Segretario generale della NATO, l’olandese Rutte, di installarvi alcune basi, cosa che poteva già fare prima, senza fare tanto chiasso. La Groenlandia è e resta danese. Le tensioni si allentano, almeno per ora.

Ma perché la Groenlandia è così importante?

Nel silenzio glaciale dell’Artico si sta giocando una partita che potrebbe ridefinire gli equilibri strategici del XXI secolo. La Groenlandia, isola immensa e scarsamente popolata (57.000 abitanti) è diventata negli ultimi anni uno dei punti più sensibili del pianeta. Non per quello che accade sulla sua superficie, ma perché è un crocevia di rotte, risorse e ambizioni militari.

Per gli Stati Uniti l’isola è un tassello essenziale nella propria architettura di difesa. Lo è sempre stato. La base di Thule, nel nord-ovest, ospita sistemi radar fondamentali per l’allerta precoce contro minacce missilistiche. Washington teme che la crescente presenza russa nell’Artico, unita agli interessi economici cinesi, possa ridurre il margine di sicurezza americano in una regione che fino a pochi anni fa sembrava marginale.

Mosca, dal canto suo, ha investito massicciamente nella modernizzazione delle proprie infrastrutture artiche: nuove basi, una flotta rompighiaccio a propulsione nucleare, pattugliamenti navali e aerei. Per la Russia l’Artico è una nuova, possibile via commerciale e un corridoio strategico da proteggere. Ogni movimento americano in Groenlandia viene interpretato come un atto ostile.

In mezzo, c’è la NATO che cerca di mantenere un equilibrio sempre più fragile, interessata a che l’Artico non si trasformi in un nuovo fronte di tensione. La Groenlandia, territorio del Regno di Danimarca, è diventata così un banco di prova per la difficile coesione dell’alleanza atlantica, divisa tra l’aggressività nordamericana e la prudenza europea. Tutto ciò rende difficile e complessa una strategia comune.

Poi c’è la Cina, che osserva e investe. La sua presenza è economica, non militare, ma sufficiente a generare diffidenza a Washington e Bruxelles, avendo tentato negli ultimi anni di entrare nel settore minerario groenlandese e di finanziare infrastrutture locali.

Il rischio maggiore sembra essere quello di un conflitto indiretto: un incidente casuale come un sorvolo troppo ravvicinato, una manovra navale mal interpretata, un’esercitazione che sfugge di mano. In un ambiente dove operano contemporaneamente Stati Uniti, Russia e NATO, basta poco per trasformare qualunque frizione in una crisi.

La Groenlandia, intanto, rivendica la propria autonomia. Le proteste contro l’idea di una sua acquisizione da parte degli Stati Uniti hanno mostrato una popolazione consapevole del proprio ruolo e determinata a non diventare una pedina geopolitica. Ma l’isola sa anche che il mondo la guarda e che il suo destino sarà sempre più intrecciato alle dinamiche globali. Il ghiaccio arretra e le ambizioni avanzano. E la Groenlandia, con la sua quiete apparente, è oggi uno dei luoghi dove si misura il futuro della geopolitica internazionale.

Detto questo, che fa la Meloni? Quali sono gli interessi italiani? La questione è piuttosto oscura.

Si è favoleggiato di un preteso piano italiano per l’Artico, ma poi non se ne è più saputo nulla. Chiacchiere, probabilmente, tanto per far capire che anche noi siamo della partita, ma non è così.

La Meloni non è andata a Davos. Le malelingue dicono che non è stata neppure invitata. Comunque là non c’era. Non ci sarà neppure alla firma dell’accordo Board of Peace, voluto da Trump, ed è un bene.

Il Board dovrebbe segnare la seconda fase degli accordi per Gaza, ma molte cose sono da chiarire e, soprattutto, si continua a bombardare e a morire di freddo e di fame. Occorre riflettere molto su questa iniziativa nordamericana, come dice il Vaticano.

Noi, per fortuna, abbiamo un articolo della Costituzione che pone limiti precisi alla partecipazione italiana ad avventure all’estero. Una scusa eccellente per defilarci da un pasticcio, come quello proposto da Trump, una specie di ONU alternativa composta da affaristi, finanzieri, immobiliaristi e, forse, anche truffatori, presieduta a vita da Trump, il Sommo Sacerdote dei destini palestinesi.

Le è andata bene, alla Meloni. Può continuare a destreggiarsi tra i fedeli di Trump e i fautori dell’unità europea. Un equilibrio difficile., ma la polarizzazione in corso non le permetterà a lungo questa posizione di neutralità attiva. Forse, alla fine, si rivelerà una grande stratega dotata di preveggenza… etc. etc. ma, prima o poi, dovrà decidere da che parte stare.

L’Unione europea, come ha affermato solennemente la von der Layen, dovrà essere indipendente dagli Stati Uniti. Noi, come Italia, che faremo? Continuare a pettinare le bambole?