di Stelio W. Venceslai
Il Paese è grande: 97 milioni circa di abitanti, divisi tra loro in numerose etnie, con lingue e costumi diversi, con una storia millenaria.
Ci sono i Persiani, propriamente detti, maggioritari, poi ci sono Azeri, Kurdi, Beluci e Luri. Gli Azeri guardano all’Azerbaigian, i Kurdi al mai realizzato Stato kurdo (il Kurdistan), i Beluci al Belucistan, regione del Pakistan che aspira all’autonomia e a svincolarsi dall’oppressione pakistana. Solo i Luri fanno parte da secoli del paesaggio persiano.
Il Paese, quindi, è meno compatto di quanto si creda.
Nella 2ª Guerra mondiale lo Shah aveva simpatia per le potenze dell’Asse, ma le truppe russe e britanniche occuparono rapidamente il Paese e lo Shah andò in esilio, lasciando il trono al figlio, quello che sposò Soraya, beniamina del jet set.
Fu un regime autocratico di stampo occidentale, travolto poi dalla rivoluzione khomeinista che trasformò l’Iran in un regime di preti sciiti, ferocemente avverso all’Occidente e in continua competizione con l’altra parte del mondo islamico, quella di osservanza sunnita, perché i persiani sono ariani e gli Arabi semiti e in più le divisioni religiose sono fortissime.
Il fatto che l’Iran possieda ingentissime risorse petrolifere ne ha fatto oggetto di speculazioni e di sfruttamento da parte d’interessi stranieri fino alla nazionalizzazione, voluta da Khomeini (e qui s’inserì a suo tempo la nostra ENI). È stata una maledizione, perché lo sviluppo iraniano è basato pressoché esclusivamente sull’industria petrolifera e sull’armamento.
Come tutti i regimi autocratici, l’Iran ha il complesso dell’accerchiamento e vede nemici un po’ dovunque. Sul piano interno la repressione è molto forte per eliminare la dissidenza politica (e anche religiosa), ed ogni apertura o simpatia per il mondo occidentale, considerato blasfemo e guidato dal Grande Satana (gli Stati Uniti). I diritti civili sono inesistenti e le sentenze di morte contro gli oppositori (in senso generico, basta non portare il velo per le donne) fioccano. Si dice, almeno due al giorno. Per contro, è stata abolita la crocefissione, dal 1992.
Di qui la volontà di dotarsi di deterrenza nucleare, in barba al Trattato contro la proliferazione delle armi nucleari. A ciò si oppongono Stati Uniti e soprattutto Israele, la bestia nera del regime.
I recenti massacri in Iran, frutto della repressione brutale delle proteste popolari scoppiate per la miseria economica e per la morte di giovani donne arrestate dalla polizia morale, hanno risvegliato l’attenzione del mondo verso questo Paese. Centinaia di ragazzi sono stati uccisi nelle piazze, ma la società civile iraniana — giovane, istruita, sorprendentemente viva — continua a sfidare il regime con una tenacia che l’Occidente non ha mai davvero compreso. È l’unico vero motore del cambiamento, eppure è lasciata sola.
Ma l’Iran non è il Venezuela. Ha amici importanti come la Russia, la Corea del Nord, la Cina popolare e la Turchia, eterna mediatrice nel Medioriente.
Il regime poggia sull’esercito, sulla polizia e su due strutture particolari: la polizia “morale”, che dà la caccia alle donne che non si coprono i capelli con lo chador, e i Pasdaran, una specie di SS personali, direttamente dipendenti da Khamenei. 210.000 uomini suddivisi in forze di terra, aeree e navali, che controllano anche altre milizie volontarie organizzate a difesa del regime dei preti.
I Pasdaran sono un corpo armato che ha dato parecchio filo da torcere a Israele, specie in Libano e in Siria. Sono pesantemente armati, ben pagati e sono uno Stato nello Stato, proprio come lo furono le SS.
Il boccone Iran, dunque, non è così facile da ingerire.
Dopo la sceneggiata americana di qualche mese fa sugli impianti nucleari iraniani, la flotta USA naviga in prossimità delle acque iraniane. Si paventa un attacco in grande stile. Dal canto suo Teheran minaccia sfracelli. Tutti sono in attesa delle decisioni di Trump. Ha promesso agli insorti: aspettate, verremo.
Ma le parole di Trump sono foglie al vento. L’aspirante al Nobel per la pace schiera la flotta per portare la guerra. Per cambiare regime, come non ha fatto in Venezuela, o per accaparrare petrolio?
Il dubbio è più che legittimo.
Schierare la potente flotta USA nello Stretto di Hormuz significa però sguarnire le acque di Taiwan. O è un azzardo o c’è un accordo. Qualche dubbio esiste.
Potrebbe muoversi la Russia in difesa del suo alleato, ma la Russia è già parecchio impegnata in Europa. Difficile che rischi un secondo fronte, ma è anche dubbio che possa perdere un alleato prezioso che lo rifornisce di droni per devastare l’Ucraina martire.
Ma davvero gli Americani hanno voglia di attaccare l’Iran? Ho qualche dubbio. Per fortuna c’è Israele. Se mai, saranno loro a partire per primi e a fare il lavoro sporco, protetti dalla flotta USA.
Intanto, l’Europa-serva, come da inveterata abitudine, ha deciso che i pasdaran sono una banda di terroristi. La risposta iraniana è un po’ patetica: tutti gli eserciti europei saranno considerati terroristi. Anche gli addetti militari a Teheran? Queste sbrasate mi ricordano quelle di Saddam, quando prometteva “la madre di tutte le battaglie” e poi è finita malissimo.
Però, diciamolo pure, la situazione è molto grave. Quello che emerge, poi, è che non c’è nessuna preparazione politica per un eventuale dopo Khamenei. Come a Gaza, come a Caracas.
Un regime si può anche abbattere, per fame o per violenza, ma dopo? Restauriamo la monarchia a Teheran? E, nel frattempo, che succederà sui mercati?
Quando si muovono gli eserciti va tutto bene fin quando poi non si deve riprendere una vita normale. Gli Americani, purtroppo per i giovani iraniani, non sono affidabili.
L’ultima guerra che hanno vinto l’hanno fatta nel 1945, più di mezzo secolo fa. Poi hanno sempre perso, lasciando una scia di devastazioni e di morti.


























