La politica dell’intermittenza

 

 

Il dibattito politico è morto. Draghi ha messo a tacere i vari partiti della coalizione innaturale sulla quale poggia la sua maggioranza.

Intendiamoci, non è che i vari leaders stiano zitti, tutt’altro, ma di che parlano? Di sciocchezze. Da questo punto di vista nulla è cambiato rispetto al passato ma, nella sostanza, ciò che Draghi decide viene approvato. È una dittatura referenziata: la statura di Draghi è talmente diversa che mettersi a discutere con lui è tanto imbarazzante quanto inutile.

Il dibattito politico è incentrato sul Covid, sul vaccino, sul green pass, sull’obbligatorietà o meno delle vaccinazioni, sull’estensione dell’obbligo di vaccinarsi ai lavoratori, pubblici, privati, autonomi. La politica è diventata un ospedale e i politici medici professionisti.

Tuttavia, le vere scadenze politiche sono prossime: le imminenti elezioni amministrative in un terzo del Paese, l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, il rinnovo delle Camere, dopo la riforma che ha ridotto di un terzo i loro membri.

Dopo questi eventi il quadro politico sarà di molto mutato. Nessuno immagina come andrà a finire e si sta realmente preparando per queste scadenze.

Le elezioni amministrative (si vota a Milano, Torino Roma, Napoli e Bologna) saranno un primo test dei cambiamenti di umore dell’elettorato. Stranamente, con una campagna elettorale molto sotto tono, si ha la sensazione che nessuno voglia vincere: troppo pericoloso.

Il caso emblematico è quello romano. Il degrado della città è tale che non può essere imputato solo alla Raggi, ma certamente l’ultimo Sindaco di Roma non è stata all’altezza della situazione. Ha aggiunto un tocco femminile di degrado al marcescente regime d’interessi che soffoca la capitale.

Ma la questione non è di questa o di quella città. Il fatto grave è che, a parte Draghi occupato a turare con dieci dita i mille buchi e ritardi del sistema italiano, nessuno affronta i veri e drammatici problemi della società italiana.

Primo: la sicurezza nel lavoro. È concepibile che in un Paese civile andare a lavorare significhi rischiare la vita? Certamente no. In Italia i morti per lavoro crescono a dismisura, di anno in anno. È un’ecatombe. Mediamente, si tratta di un morto e mezzo al giorno. Non è una battuta, ma una tristissima realtà. Se ne occupa qualcuno della sicurezza del lavoro? A giudicare dai risultati, nessuno. Perché? Leggi confuse, scarsi controlli, lavoro nero diffuso.

Questa è un’emergenza nazionale che non si risolve con le bandiere a mezz’asta, le dichiarazioni sindacali e i telegrammi di Mattarella.

Secondo: la questione femminile. Le donne, in Italia, sono più numerose degli uomini ma contano pochissimo. A parte la buffonata delle quote rosa, le loro retribuzioni sono inferiori a quelle degli uomini. È così difficile ottenere per legge la parità reale delle retribuzioni?

In questi ultimi anni il numero dei femminicidi è paurosamente aumentato: nel 2021 ad oggi 83 femminicidi, di cui 7 solo la settimana scorsa. La “professione” donna è diventata rischiosa, specie se decidono di decidere con la loro testa. Ci angosciamo per la sorte delle donne afghane ma, attenzione, mica è molto diversa da quella nostra, fatte le debite proporzioni. Le Italiane non portano né il velo né il burqa, possono andare in giro e studiare, guidare la macchina e fare musica, ma il maschio italiano le ammazza lo stesso, a decine. Va bene così? Non credo. Lo Stato non protegge le donne. Nel migliore dei casi propone “il distanziamento” del futuro assassino, distanziamento che non controlla nessuno.

Occorre una rivoluzione culturale soprattutto nell’elemento maschile della popolazione italiana. La donna non è proprietà di nessuno, ma solo di se stessa.

Terzo: l’educazione scolastica. Per ottenere un vero cambiamento culturale occorre incidere sulla scuola, profondamente. La scuola è stata per decenni solo un cantiere per quasi disoccupati intellettuali, un’enorme riserva di voti ma anche una macchina molto farraginosa che ha sfornato, nella gran parte dei casi, ignoranti, mezzi ignoranti e, ogni tanto, qualche eccellenza. Gli stipendi bassi degli insegnanti sono la riprova della scarsissima considerazione della classe politica per il loro lavoro.

Eppure, questo è un lavoro cruciale per informare, educare, e preparare il nostro futuro. A vedere i risultati dei questionari per l’ammissione all’Università, cadono le braccia: un Paese incolto che sforna figli ignoranti. Vogliamo andare avanti così, per il nostro futuro? Se la riforma dei programmi consiste nel togliere il latino e la storia, tanto per fare un esempio, li avremo solo ancora più ignoranti, questi nostri figli.

La scuola è passata attraverso innumerevoli riforme, più per sistemare i precari perenni che per ristrutturare i programmi d’insegnamento e per formare seriamente i docenti.  Questo è uno snodo fondamentale per il nostro sviluppo.

Un dibattito serio sulla sicurezza del lavoro, sulla questione femminile e sulla scuola sono essenziali. Tutte le altre questioni sono secondarie, importanti, ma secondarie. Lo dimostra il fatto che sono trattate come le lucciole: d’estate si vedono, d’inverno non ci sono più.

Fiscalità, giustizia, sanità, immigrazione, trasporti, politica estera, difesa, vanno e vengono nel dibattito politico, secondo gli umori del presunto padrone di turno. Si accende un faro per una settimana e poi questo si spegne e se ne accende un altro su di un altro tema e così via, per non concludere mai.

La politica dell’intermittenza rispecchia l’impotenza congenita della nostra classe dirigente.

Stelio W. Venceslai