Torniamo ai fondamentali

 

Nel deserto dominante della politica italiana, non si comprende a quali culture politiche si rifacciano gli attuali partiti presenti in Parlamento, mentre siamo certi che DC e Popolari possono contare sui principi e gli orientamenti valoriali indicati dalla dottrina sociale della Chiesa.

Credo che una rilettura critica delle encicliche papali, dalla Rerum Novarum in poi, sarebbe oltremodo necessaria. Noi della  quarta e ultima generazione della DC storica, ci siamo formati negli insegnamenti delle grandi encicliche giovannee degli anni ’60: Mater et Magistra e Pacem in Terris e in quelle di Papa Paolo VI: Populorum progressio, Octogesima Adveniens e Humanae Vitae.

Se la Rerum Novarum seppe indicare ai Popolari di Sturzo gli orientamenti pastorali nella fase di avvio e di sviluppo della prima rivoluzione industriale, è con le encicliche di San Giovanni Paolo II (Centesimus Annus), di Papa Benedetto XVI (Caritas in veritate) e di Papa Francesco (Evangelii gaudium, Laudato SI e Fratelli tutti) che abbiamo ricevuto le analisi e le indicazioni più rigorose sugli esiti, i limiti e le criticità dello sviluppo capitalistico nell’età della globalizzazione.

Solo la cultura cattolica può contare su una tale ricchezza di analisi e di proposte sui grandi temi del nostro tempo, di interesse sia personale che dell’intera comunità mondiale.

Ecco perché non abbiamo bisogno di manifesti laburisti o di falsi azionismi radicali, convinti come siamo, che DC e Popolari dovrebbero impegnarsi più sulla loro ricomposizione politica che sulle diverse opzioni che ci hanno sin qui divisi tra destra, sinistra e/o terzo polo.

Una seria riflessione andrebbe promossa, da farsi insieme alla vasta realtà sociale, culturale e organizzativa del mondo cattolico, con una sorta di Camaldoli 2.0, dalla quale derivare un manifesto politico programmatico in grado di offrire risposte alle attese della società italiana, nella quale resta necessario garantire il giusto equilibrio tra interessi e valori del terzo stato produttivo con quelli delle classi popolari. Un equilibrio che rappresenta l’unico antidoto al prevalere delle spinte populiste su cui poggia il consenso della destra nazionale.

Molti, troppi tentativi si sono fatti per ricomporre le tante sigle e le diverse casematte in cui si sono  frantumati politicamente i cattolici dopo la fine  della DC. Fallimenti in larga parte legati al prevalere di interessi  e ambizioni personali di amici preoccupati, soprattutto, di garantirsi la propria sopravvivenza politica.

Ora quel metodo va abbandonato e, come ho scritto in una recente nota, si deve ripartire dalla base, per tentare di ricomporre dal basso l’unità di quanti, accomunati dai principi e dai valori della dottrina sociale cristiana, intendono declinarli insieme, nella città dell’uomo.

Sarà questo processo, che abbiamo connotato come la costruzione dell’AREA POPOLARE, il modo più democratico per far emergere la nuova classe dirigente, espressione di una partecipazione democratica e popolare, dal basso, ben al di là delle diverse provenienze e collegamenti nazionali dei diversi soggetti.

Solo esaurita questa fase nelle varie realtà regionali e locali italiane si potrà organizzare un’assemblea costituente nazionale del soggetto politico nuovo di centro: democratico, popolare, aperto alla collaborazione con quanti di altre aree politiche intendono con noi difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana.

Una carta nella quale i padri fondatori DC seppero concorrere a scrivere articoli importanti ispirati dai nostri valori cristiani. Oggi come allora compete ai cattolici democratici e ai cristiano sociali coniugare l’ispirazione della dottrina sociale cristiana ai valori costituzionali.

Un modo di azione che, io credo, potrebbe ricondurre alla partecipazione politica e all’esercizio del voto quella grande massa di renitenti che, da troppo tempo, disertano i seggi elettorali. Le prossime elezioni locali e regionali potrebbero essere il terreno di prova per l’Area Popolare.

 

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Riflettendo attentamente e seriamente sulle note politiche dell'amico Ettore mi sono sempre posto un interrogativo. Me lo pongo anche questa volta così come ho fatto per la precedente nota: perché dover sempre "inventare" qualcosa di nuovo? Ora si riflette sull'Allenza Popolare; ovviamente da  pensare ed, eventualmente attuare.

In prima istanza reitero quanto scritto recentemente: perché voler costringere la DC a migrare?

Secondo: forse perché cresciuto alla scuola di Tommaso D'Aquino, non posso non ricordare che "non sunt multiplicanda entia sine necessitate".

Or dunque: non si era cercato di compiere il prodigio dell'UNIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI? E ci si era arrivatio vicinissimi. A quella riunione hanno partecipato una cinquantina di sigle ex DC e/o dintorni, sigle ecclesiali comprese. Quella scelta era stata approvata all'unimità! Ettore Bonalberti stesso scrive: "Molti, troppi tentativi si sono fatti per ricomporre le tante sigle e le diverse casematte in cui si sono  frantumati politicamente i cattolici dopo la fine  della DC. Fallimenti in larga parte legati al prevalere di interessi  e ambizioni personali di amici preoccupati, soprattutto, di garantirsi la propria sopravvivenza politica".

Orbene:perché non ripartire da là? Lasciamo a casa "gli amici preoccupati da interessi e ambizioni personali" in cerca di una "sopravvivnza politica" (che comunque non hanno ottenuto!) e ripartiamo da quella assemblea che con tanta fiducia e buona volontà aveva approvato - all'unanimità -  nome e simbolo: Unione dei Democratici Cristiani. Questo è un tentativo che, anche in vista delle elezioni regionali di Lazio, Lombardia e Friuli Venezia Giulia dovrebbe essere riproposto.

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