di Ruggero Morghen



Le uniche due persone verso cui Luchino Visconti provò una vera e illimitata ammirazione – ha osservato Massimo Fini – sono  Proust, amore di tutta una vita, e la madre, idolo di gioventù. Dal canto suo Giovanni Agosti ne è certo: il ricordo di Carla Erba è un filo conduttore attraverso l’opera di Visconti, peraltro ammesso da lui stesso, che nel 1975 alla domanda “Quale è stata l’influenza di sua madre nella sua opera?” rispose: “Enorme”. 

Conferma Giovanni Testori: “Per Luchino, e non solo per chi voglia tentarne un ritratto, ma per chi intenda affrontare veramente nel profondo il suo mondo poetico, c’è un nome, una persona, un viso, un sangue ed una carne da mettere al centro: questo nome e questo viso sono la madre”. “Anche perché – aggiunge -, direttamente da quel nome, vien giù, dilatandosi come naturale e naturante conseguenza, quell’altro nucleo che è egualmente e forse anche più visibilmente al centro della sua poetica: la famiglia”. “Chi non ha compiuto – avverte quindi -, almeno criticamente, quest’oscuro introibo viscerale, ignorerà sempre cosa significhino, nel vero, gli esiti più grandi della poesia viscontiana”.

Il regista, dunque, e la madre.  “Stabilimmo un patto, io e lei – rivela Luchino -; se fosse accaduto qualcosa di grave, ed io fossi stato lontano, mi avrebbe atteso. Arrivai al suo capezzale in tempo per sentire il mio nome sulle sue labbra”. Dopo la morte della madre nel 1939 Visconti, in luogo di annullarsi, decide di “prendere su di sé anche gli anni che a lei erano stati così crudelmente rapinati dal destino e costruire anche per lei – è ancora Testori a parlare - il monumento delle ragioni per cui aveva deciso (o accettato) di farlo apparire; di crearlo”.

Un’altra figura di donna che ritroviamo accanto a Visconti è l’attrice Maria Denis (1916-2004), cui Luchino affidò le cure della sua villa di via Salaria, residenza romana dei Visconti di Modrone (ne era diventato proprietario nel 1941, alla morte del padre). Catturato dalla famigerata banda Koch il regista, impegnato nelle attività clandestine della resistenza milanese, la Denis – “celebre attrice dell’epoca, nonché sua adorante amica” scrive Enrico Mannucci – dopo alterne vicende che la coinvolsero (fu imprigionata, pedinata e coinvolta in una retata di antifascisti nascosti al Golf Club dell’Acquasanta) si dette da fare con Pietro Koch, il capo della banda che teneva prigioniero Luchino, accettandone le attenzioni. 

Le condizioni carcerarie del regista - non torturato ma già picchiato perché facesse i nomi dei suoi amici – allora progressivamente migliorarono, fosse o no da attribuire tutto a lei quel risultato (“Lei fece un mito di questo innamoramento con Luchino. E l’ha molto romanzato”, minimizzava infatti la sorella Uberta), e Visconti il 3 giugno 1944 fu rilasciato. 

Quanto alla Denis, venne poi scartata dall’ambiente che aveva fino a quel momento frequentato con successo. “Per lei fu dura – ricorda Manuela Grassi -, sparì o quasi dal mondo del cinema: da adorata fidanzatina d’Italia a collaboratrice dei repubblichini. Quando nel ‘46 venne addirittura processata, subì una bella rovina”. E Luchino, che a Maria Denis forse dovette la salvezza, la stessa vita? Non volle più avere a che fare con lei né mai rispose alle sue lettere accorate. “Come se la donna – osserva conclusivamente Enrico Mannucci – evocasse il tempo della violenza e di Koch: un periodo che era meglio cancellare per intero”. “Visconti – confermerà l’attrice nella sua autobiografia, pubblicata nel 1995 - non fece mai minimamente cenno al fatto che io gli avevo salvato la vita. La sua ingratitudine è stata la mia delusione più grande”.