di Ruggero Morghen





Nel film di Carlo Campogalliani “Bellezze in bicicletta” (1951) Silvana Pampanini, nata nel 1925 e mancata assai anziana giusto dieci anni fa, pedalava e mostrava le gambe dalla Tuscia a Milano, come ricorda Camillo Langone. Con piglio sicuro intonava: “Ma dove vai bellezza in bicicletta, così di fretta pedalando con ardor, le gambe snelle, tornite belle, m’hanno già messo la passione dentro al cuor”, ed era come se parlasse di sé. “Era nata con le gambe ideali – conferma Tatti Sanguineti, memoria storica del cinema italiano - per indossare quei pantaloncini, quei boxer da ciclista”. 

Gambe dunque famose le sue, che forse - ipotizza Michele Anselmi - sarebbero piaciute al François Truffaut di “L’uomo che amava le donne”. Qui Silvana recitava con Delia Scala con le gambe di fuori, “glorificazione del veicolo nazionale del dopoguerra e della diva più autoctona e prorompente”, come scrive Giovanni Buttafava. La Pampanini era più carnale e meno aggraziata della Lollobrigida, ma sfoderava due gambe lunghe e una serie di successi che la rendevano molto amata dal pubblico nostrano. Nel 1958 un cane, evidentemente anche lui attratto da quella parte anatomica, la morse a una gamba ma lei non apprezzò affatto e anzi chiese un milione di indennizzo.

Aveva davvero le gambe più belle d’Italia, assicura Marco Giusti. ”Lunghe gambe leggendarie, perfette”, aggiunge Fulvia Caprara. Anche il quotidiano economico “Il Sole24 ore” non fa economia di complimenti e loda “le sue lunghe gambe tornite, e sempre esibite con disinvoltura” Già matura, Silvana tornò a mostrarle con fierezza in una serie di comparsate televisive e ancora nel “Tassinaro” (1983) di Alberto Sordi (“Queste non se rifanno più”). Ad un intervistatore che, negli ultimi tempi le ricordò che “aveva le gambe più belle d’Italia”, rispose tirando appena su la gonna: “Avevo? Guarda un po’ qui!”. 

Il poeta e scrittore Gabriele d’Annunzio, però, fece di più, egli che – come rivela il suo segretario Tom Antongini – “fra le altre sue originalità aveva quella d’amare che gli altri gli palpassero i muscoli”. Ogni volta che la conversazione verteva sulla forza fisica, sugli sport o su argomenti analoghi – leggiamo in “D’Annunzio aneddotico”, edizione del 1953 pubblicata nella “Biblioteca moderna Mondadori” -, egli era infatti fierissimo che la gente potesse constatare il suo vigore, “conservato intatto malgrado l’età e il costante spreco d’energia di cui dava giornalmente prova”.

Siamo a Fiume, nel 1919 o nel 1920, e nel giardino del Palazzo il Comandante (come d’Annunzio veniva chiamato nella città adriatica, e poi anche al Vittoriale di Gardone) sta giocando alle bocce circondato da alcuni legionari che si divertono un mondo ad ammirarlo. A un tratto per scherzo fa bendare gli occhi ad uno di loro, se lo fa condurre vicino per mano e gli fa toccare una sua coscia. “Cosa tocchi?” gli chiede. E il legionario, pronto: “Ferro, signor Comandante”. Una risposta, sincera o adulatrice che fosse, che anche alla Pampanini avrebbe fatto assai piacere ricevere.