di Stelio W. Venceslai



Nel fragore delle guerre la Cina si muove con la destrezza del gatto. Cautela e saggezza informano la sua politica. Niente minacce atomiche, come fa Putin, nessun clamore trionfalistico, come fa Trump. Attende gli eventi con la consapevolezza della sua forza.

Un suo intervento a Taiwan, ad esempio, potrebbe far precipitare il mondo in un altro gravissimo conflitto. Non lo fa.

Aiuta la Russia di Putin, ma fino a un certo punto. Per la Cina la Russia è solo un fornitore a basso prezzo di prodotti energetici.

Sostiene la monarchia nordcoreana perché le fa comodo disporre di uno spauracchio nei confronti del Giappone e della Corea del Sud.

Si muove dietro le quinte, tra Pakistan, Turchia ed Egitto, per arrivare a una tregua fra Iran e Stati Uniti. La chiusura degli Stretti la danneggia enormemente, ma non si agita. Lo fa capire e lo sanno tutti, ma non fa guerre. Solo gli sciocchi e gli invasati credono che le guerre risolvano le questioni.

Ne sa qualcosa Putin che, in pratica, è scomparso dalla scena del mondo. Nella selezione delle cose serie, la Russia conta sempre di meno.

Il vero contrasto, come lo hanno scritto e detto praticamente tutti, è con gli Stati Uniti. Gli altri non contano.

Le due potenze mondiali, economicamente, sono pressoché alla pari. Militarmente sembrano più forti gli Stati Uniti. Politicamente il mondo simpatizza con la Cina più che con gli Stati Uniti. Trump è riuscito a mettersi contro tutti, a partire dall’Europa. C’è, dunque, un equilibrio sostanziale fra i due giganti che può assicurare la pace per almeno un altro decennio, sempre che qualcuno dei rispettivi vassalli non faccia prima una qualche pazzia.

Gli Stati Uniti, però, hanno uno svantaggio rispetto alla Cina: sono una democrazia. Ogni tanto, c’è la messa a punto del sistema con le elezioni, il che può rimettere in gioco tutto. Putin e Xi-Ping non hanno questo problema (neppure gli ayatollah iraniani che si sostengono sulla forca). Loro possono decidere quello che vogliono, senza vincoli. Trump ha qualche limitazione. Il rischio che a novembre sia un’anatra zoppa è molto alto.

D’altro canto, non si capisce bene quello che vuole. All’inizio sembrava che aspirasse a dare una mano all’opposizione, poi si è parlato di uranio con il fermo impegno che l’Iran non avrà mai la bomba nucleare, poi è sopravvenuto il petrolio, inevitabile e, alla fine, il blocco degli Stretti e della libertà di navigazione. Al blocco iraniano si è sovrapposto quello americano. Solo che il blocco fa il gioco dell’Iran e non degli Stati Uniti. Estendendosi il casino a tutto il mondo la gente si chiede: ma che gliene viene agli Stati Uniti? Nulla. E una cortesia che Trump ha fatto a Nietanhyau, chissà perché.

Un punto interrogativo è l’India. Da che parte sta? Un suo schieramento da una parte o da un’altra avrebbe un peso considerevole. L’India si muove anch’essa con cautela, ostile alla Cina ma amica della Russia, nemica del Pakistan che è invece alleato della Cina. Un puzzle paralizzante. I suoi rapporti con gli Stati Uniti sono freddi, ma questo non vuol dire pessimi. Quando ci fossero interessi comuni, si torna subito alleati ed amici.

L’altro punto interrogativo è l’Europa. Come ne verrà fuori da questa crisi è ancora tutto da vedere. Sino ad ora è stato un disastro. L’Europa non esiste, politicamente, e tanto meno agli occhi della Cina. Un ottimo mercato ma governanti imbelli guidati da un’incapace, la Von del Layen. Ora, si può essere imbelli ma avere una visione. Ghandi era un uomo pacifico ma aveva una sua visione. La Von der Layen e i suoi accoliti, cos’hanno, come obiettivo? La transizione ecologica? Esiste una qualunque idea di rilancio dell’Europa e dei suoi valori in un mondo che cambia?

Come si pensa di affrontare le sfide del terzo millennio? Chiedendolo all’Intelligenza artificiale?

Almeno in teoria, un’alleanza Europa-Cina potrebbe sembrare imbarazzante quanto determinante ai fini del dominio sul pianeta, e molto più significativo del rapporto Cina-Russia. Rispetto all’Europa imbelle della Von der Layen, Putin è un poveretto che gioca ancora ai soldatini. Discorsi e prospettive troppo audaci se si pensa alla Cina. Il patto di stabilizzazione soddisfa i contabili ma non può essere una risposta per l’avvenire.

Infine, tanto per chiudere il cerchio, c’è Israele, un piccolo grande Paese con troppe ambizioni.

La politica condotta in questi ultimi anni da Netanyahu punta, chiaramente, all’egemonia politico-militare in Medio Oriente, peraltro non molto gradita ai Paesi arabi e, soprattutto, all’Arabia Saudita.

La guerra all’Iran fa comodo a tutti, sia perché a Teheran sono sciiti e gli altri no, sia perché, oggettivamente, il fanatico regime dei preti è un pericolo per tutto il quadrante medio-orientale. Cauterizzata la piaga persiana (riducibile ad un conflitto locale), sarà inevitabile uno scontro ulteriore per il petrolio e la libertà dei mari, in conflitto crescente con la Cina.

Il Patto di Abramo prevedeva un sistema congiunto arabo-israeliano. Sarà ancora così? La questione iraniana è ancora aperta ed Israele non è ancora una potenza mondiale. Fra tutti gli interrogativi possibili, il più imbarazzante è quello americano. Per Trump sarebbe molto semplice dire in qualunque momento: Ho vinto. Se ci crede lui, ci credono i suoi accoliti e questo basta al suo ego di finto Alessandro.

Nel frattempo, la flotta delle zanzare ha messo in mora la tracotanza della flotta americana che blocca gli Stretti in nome della libertà di navigazione. Un paradosso. Chi ci guadagna è l’Iran: si è rafforzato il consenso, sono cresciute le simpatie, che abbia messo sotto scacco Trump fa piacere a tutti. Temo che i nostri figli ne vedranno delle belle, nei prossimi anni.

Intanto, andiamo a scuola di cinese.