di Stelio W. Venceslai
Dopo quattro anni di guerra inutile, miliardi di dollari buttati al vento e più di un milione di morti, dall’una e dall’altra parte, il bilancio dell’”operazione speciale” russa non è certamente positivo.
Le finanze russe sono stremate. Il famoso (e glorioso) esercito russo batte il passo e non si muove di un millimetro, i negoziati ristagnano ed altri eventi internazionali distraggono l’opinione pubblica dal dramma russo-ucraino cui ci si è ormai abituati.
Ciò che, invece, sembra sempre più evidente, è la marginalizzazione della Russia dallo scenario internazionale. Ad onta delle pretese e delle dichiarazioni di Putin, è chiaro ed evidente che con tutte le sue risorse, con tutta la sua demografia, con tutta la sua storia (così spesso evocata da Putin), la Russia è sotto scacco dopo quattro anni di guerra. Un periodo più lungo di quello della seconda guerra mondiale.
Motivazioni geopolitiche pretestuose, previsioni troppo ottimistiche ed una logistica buona per le guerre di cent’anni fa hanno concorso all’attuale situazione di fallimento. La macchina non gira. Non arretra ma non avanza e questo lo vedono tutti (Stati Uniti, India e Cina). La Russia, infatti, è in disparte, a succhiarsi il pollice. Ogni tanto passa qualcuno che dice a Putin: “Ma a te chi te lo ha fatto fare?” Le risposte sono vaghe.
È un po’ come con Trump. Non a caso i due sono amici. Putin non ha un Nietanhyau alle costole che gli dice cosa deve fare, ma il risultato è quasi lo stesso. Bloccato in Ucraina, perduta la Siria, svenduto il petrolio alla Cina, tace sul Medio Oriente e sull’attacco israelo-americano all’Iran, suo sostanziale alleato e fornitore di droni. Infine, si è proposto come mediatore di pace! Sembra una boutade, tant’è vero che nessuno l’ha preso sul serio.
Senza calcare troppo la mano, diciamo che la Russia si è presa un giro di vacanza con il suo amichetto nordcoreano. Si divertono a lanciare missili balistici. Che la gente per questo muoia in Ucraina è solo una sgradevole coincidenza.
Chi monta la guardia ai confini del mondo, invece, è la Cina. Non lo fa pesare, ma è un monito, soprattutto per quegli scavezzacolli che stanno attorno a Trump: il Vice Presidente Vance, noto teologo, il genero e un immobiliarista, vecchio socio d’affari, tutta gente, come si vede, espertissima nell’arte diplomatica.
La Cina si muove nell’ombra, non fa chiasso, come la Russia, ma pesa. Con il Pakistan sostiene l’Iran, controlla la Corea del Nord, bilancia l’India, e se invia una sua nave negli Stretti di Hormuz Trump si guarda bene dallo sparargli addosso. Il blocco degli Stretti, secondo il nuovo Vangelo americano, è a capocchia come gli ultimatum all’Iran.
Nel profluvio delle dichiarazioni di vittoria, di sparate giornalistiche e di minacciosi ultimatum, Trump sembra a suo agio, convinto d’avere in mano i destini del mondo per volontà di Dio. Pare che aspetti proposte da Teheran visto che lui, l’aggressore, non è in grado di farne, intrappolato nella sua stessa rete. L’Iran, allo stato attuale delle cose, ha poco da proporre salvo: vattene e pagami i danni.
Sembrava una missione umanitaria e democratica che, per caso, faceva comodo anche ad Israele. In più, si dava una bottarella alla Russia e alla Cina, cosa che non fa mai male. La conclusione, ad oggi, è che il regime dei preti si è rafforzato, la forca lavora ogni giorno, la chiusura dello Stretto di Hormuz ricatta il commercio dell’intero pianeta e la grande flotta americana sta lì a girarsi le eliche in attesa di sapere che deve fare. Quanto costa tutto questo al contribuente americano?
Democrazia e diritti umani non interessano più. Israele e Stati Uniti hanno solo fatto finta. Israele non ha problemi: finché ci saranno gli Hezbollah ha tutti i titoli per intervenire, piaccia o non piaccia questo al Libano che, tanto, non conta nulla. Le idee Netanyahu ce le ha, e chiarissime: eliminare Houthi ed Hezbollah e castrare l’Iran per almeno mezzo secolo.
Più confuse sono quelle americane, che sono riusciti a dare all’Iran un’arma ancora più pericolosa ed importante di quella energetica, la chiusura degli Stretti di Hormuz. Altro che consegna dell’uranio e controllo dei flussi petroliferi in acque libere!
Ma non c’è da preoccuparsi più di tanto. Trump potrebbe sempre dire che ha messo l’Iran in ginocchio e cantar vittoria. Tanto qualcuno ci crederebbe ancora, magari Putin che lo difende dal tradimento della sua amica Giorgia Meloni.
Potrebbe proprio finire così, non scherzo. Trump ha un altro gioco pronto per distrarre l’opinione pubblica: Cuba. Un gioco facile facile, senza neanche sparare un missile, perché tanto Cuba è con l’acqua alla gola. Si è travestito da prete, da Papa, da Cristo, gli manca solo il titolo di Defensor fidei o Salvador de Cuba.
Putin si deve appoggiare al Metropolita di Mosca, Trump è Dio stesso. È una partita perduta in partenza.

























