Gli “anni venti” crocevia della storia nel conflitto tra élite e popolo

In questi ultimi tre secoli c'è, nei rispettivi anni ‘20, un comune denominatore che sembra marcare, dinamiche politiche e accadimenti socio-economici, soprattutto del quadrante Euro-atlantico, lasciando un riverbero profondo nello scorrere dei successivi decenni, ora favorendo, ora imbrigliando, quando non si è osteggiato brutalmente, il percorso di riconoscimento e di avanzamento dei diritti dei popoli.

Una retrospettiva che rende palpabile il tormentoso ed altalenante cammino dell'umanità, sempre alla prova di inediti eventi, nei quali, talora, le brutalità dell’irragionevolezza e di ideologie forsennate l’hanno messa al cospetto di scenari orrendi, fino a devastare quel faticoso percorso di riconoscimento dei diritti, per tutti, che avevano trovato nella Costituzione americana e nei primi momenti della rivoluzione francese la prima organica affermazione dei principi di libertà e di uguaglianza.

 Fu così che in risposta al nuovo assetto del continente europeo, deciso dal Congresso di Vienna del 1815, che si affrettò a restaurare le vecchie corone, si cominciò ad assistere al fermento rivoluzionario da parte, soprattutto, della borghesia illuminata, che organizzata in società segrete (tra di esse la più diffusa fu la Carboneria) coltivava da tempo ideali rivoluzionari per l’affermazione della democrazia e delle libertà contro i regimi dispotici dei regnanti reintegrati da quella assise viennese, il cui primo atto fu quello di cancellare le prime Carte dei diritti ed i primi abbozzi di Costituzione concesse,comprese quelle minime libertà di stampa e di associazione.

 Con i primi moti del 1820 che trovarono terreno fertile in Spagna e nel Regno delle due Sicilie, si galvanizzarono tante coscienze insofferenti al riaffiorare di vecchi regimi dispotici in tante parti dell’Europa e della nostra penisola e cominciarono a prendere forma i primi Statuti, che poi a metà secolo trovarono migliore forma:nel nostro paese con lo Statuto albertino, sebbene ancora lontani dal pieno riconoscimento del principio di tripartizione dei poteri, di uguaglianza e delle libertà come oggi siamo abituati a leggere e riconoscere quale patrimonio naturale di civiltà.

Ben di altra portata e molto più variegato fu il bilancio degli anni ‘20 del secolo scorso.

 L’Europa usciva a fatica da una guerra devastante che aveva fatto milioni di morti: a questo flagello si era aggiunto il carico di vittime dovute all'epidemia di spagnola.

 In tale sconvolgente scenario gli anni ‘20 furono un decennio denso di attese e di speranze, presto soverchiate da ideologie e propositi di acceso nazionalismo e di  forte revanscismo, sia da parte delle potenze sconfitte, la Germania in primo luogo, cui erano state sottratte parti del territorio nel versante ovest come nel  fianco orientale, sia da parte di chi come l’Italia si era sentita penalizzata con riferimento ad alcuni territori:Fiume e la Dalmazia, che al tavolo della pace di Versailles, invano aveva rivendicato.

Toni che in quei paesi traevano linfa e a loro volta alimentavano sempre più l’inquietudine e la disperazione di tanti ceti sociali ridotti in povertà da un'economia in forte crisi per l’immanenza di un’inflazione indomabile e delle pesanti condizioni del trattato di pace di Parigi.

Con le piazze divenute arene di manifestazioni antigovernative che trovarono in leader spregiudicati e opportunisti gli artefici di radicali sconvolgimenti istituzionali, sfociati in diverse dittature nel quadrante europeo, alcune poi con declinazioni brutali e mostruose.

Ma giocò molto anche lo spettro di una minaccia comunista causato dalla rivoluzione bolscevica del 1917, e al suo finire, della terrificante depressione, esplosa sul finire del 1929, con il crollo della Borsa di Wall Street, che generò nel mondo una crisi economica senza precedenti.

In Italia si facevano strada forti propositi di identità patriottica, nel crescendo di un clima di cruenti turbolenze di piazza ad opera dei socialisti che guardavano con fervore all’esperimento dei bolscevichi.

Fu così che in questo quadrante, sempre più arroventato da episodi di proditorie aggressioni che si consumavano ai danni soprattutto delle prime leghe operaie, nel crescendo di una propaganda che enfatizzava gli effetti emotivi sui tanti italiani che si erano sentiti traditi da ciò che Gabriele D’Annunzio aveva definito “la vittoria mutilata”, e al contempo facendo leva su un accesa difesa della borghesia imprenditoriale e della sovranità nazionale dal pericolo bolscevico, Mussolini organizzò una bellicosa “marcia su Roma” dal forte effetto intimidatorio su Vittorio Emanuele III.

 Un'iniziativa che ebbe tutto il sapore di una sfida, ma che andò nel segno, provocando l'irrazionale decisione del Re Vittorio Emanuele III, che invece di far arrestare i promotori per il grave atto insurrezionale, affidò l’incarico al suo principale artefice, spianando  la strada  ad un governo fascista, il cui movimento, appena qualche anno prima, alle elezioni del 1919,  non aveva riportato che una manciata di voti e nessun deputato ed alle successive elezioni del 1921,nonostante un diffuso contesto di intimidazioni e violenze, soprattutto nei confronti delle forze non allineate al blocco nazionale di centro destra, aveva portato in parlamento solo 35 deputati fascisti, nella coalizione voluta dal vecchio liberale Giovanni Giolitti, ormai in ritirata.

In quella tornata elettorale del ‘21, abbastanza considerevole era stata l’affermazione del partito popolare di don Luigi Sturzo, che entrato nella scena politica nel gennaio del 1919, con un manifesto indirizzato agli uomini ”liberi e forti”, aveva rafforzato la sua rappresentanza rispetto alle precedenti elezioni tenutesi nell’anno della sua entrata in campo.

Quel manifesto fu una pietra miliare con cui Sturzo tratteggiò le linee di azione del popolarismo, che poi trovo’ nella Democrazia Cristiana, con De Gasperi, Fanfani e Moro, la sua completa attuazione in un programma di governo del Paese che si snodò per ben cinque decenni, assicurando sviluppo e benessere.

Quella decisione del Re di nominare primo ministro Mussolini, come gli storici, pur nelle diverse sfumature, concordano, fu un grave errore politico, essendo apparsa chiara  la natura non tipicamente democratica di cui si alimentava quella ideologia.

Ed infatti nel volgere di pochi anni  Mussolini, dopo qualche timido tentativo di dialogo con le opposizioni, con le elezioni, quasi farsa del 1924,ove ottenne la maggioranza assoluta, in un clima di palesi intimidazioni, pur nel bel mezzo di una tempesta politica che lo vide additato come il responsabile dell'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, non tardò a esautorare il Parlamento, instaurando apertamente una dittatura a partito unico.

Ma non fu solo l’Italia a conoscere questa deriva autoritaria.

Anche la Germania, piegata dalle pesanti condizioni e da gravosi debiti di guerra, imposte dalle potenze vincitrici, si dibatteva in una crisi economica senza precedenti.

Con un’inflazione alle stelle, si facevano sempre più strada bellicosi propositi di acceso nazionalismo e di preoccupante revanscismo, con rivendicazione dei territori sottratti alla propria sovranità’.

 In questo quadro fu determinante l’esperienza fallimentare della Repubblica di Weimar, e soprattutto la debolezza del presidente Hindenburg,che finì per cedere alle pressioni del magnate dell’editoria di quel tempo Alfred Hugenberg e del Cancelliere dimissionario Franz Von Papen, incaricando Adolf Hitler, di formare un nuovo governo.

Forse qualche peso lo aveva avuto anche il fatto che il suo partito era stato tra le forze politiche che alle elezioni per il rinnovo del Bundestag del 1932, avevano riscosso, in quel clima di grandi tensioni sociali e di disastro economico,un considerevole consenso.

Un grave errore di cui il vecchio presidente Hindenburg, che morì appena un anno dopo,si pentirà amaramente, per aver affidato ad un leader che non faceva mistero del suo credo ideologico fondato su una profonda avversione antidemocratica ed anti parlamentare e su aperte simpatie per un governo totalitario..

Ovviamente la prima cosa che chiuse fu proprio il Parlamento, trasformando la forma di quel governo in un regime a partito unico, totalitario, guidato dal mito della superiorità della razza.

 Due dittature nate per via istituzionale che subito mostrarono il loro vero volto, trasformando, nel volgere di pochi mesi,la legittimazione a governare il paese su mandato popolare in una presa del potere autoreferenziale e totalitaria, con l’abolizione delle rappresentanze parlamentari.

Con tutti i lutti dovuti  ad una politica guerrafondaia e brutale sul finire degli anni ‘30  e odiose leggi e persecuzioni razziali che causarono milioni di morti.

Diverso fu lo scenario in America, dove gli anni ‘20 del secolo scorso furono sinonimo di anni ruggenti.

Dopo la grande guerra, gli americani furono pervasi da un un'irrefrenabile voglia di modernità, ma conobbero anche, in un intreccio di puritanesimo e imprese scintillanti, la dura lotta al consumo di alcolici, conosciuta con il nome emblematico di “proibizionismo”.

Furono gli anni più opulenti della storia americana, nel bel mezzo di una crescita economica esponenziale, ed ogni città era un cantiere a cielo aperto.

E così spensieratezza e divertimento si accompagnavano al benessere economico, che fu il grande motore di quell’euforia, con grande diffusione di locali dove ci si scatenava tra jazz e charleston, mentre Los Angeles, nuova capitale dell’industria del Cinema, lanciava in quel firmamento, sempre più irrefrenabile, le prime grandi dive.

Bellissimo l’affresco che su quest’epoca ha saputo tratteggiare Francis Scott Fitzgerald in “The Great Gatsby”.

Ma il decennio ruggente non ebbe neanche il tempo di completare il suo ciclo che si infranse nella grave depressione economica che improvvisamente esplose nell'ottobre del’29 con il crollo dei titoli alla Borsa di Wall street.

Gli anni ‘20 di questo nostro secolo si innestano in uno scenario apparentemente diverso in una società matura, educata alla democrazia ed al godimento delle libertà fondamentali e con un’economia, che pur nella difficoltà di bene fronteggiare gli effetti di una globalizzazione selvaggia, sapeva farsi strada, in alcune dimensioni nazionali, come la nostra, con le eccellenze del made in Italy.

 In questo quadro di salda garanzia dei valori di libertà individuali nessuno avrebbe mai pensato al tallone di Achille che tutti i sistemi democratici stanno sperimentando nel vedere vanificate con semplici provvedimenti amministrativi conquiste presidiate da un sistema di garanzie invalicabili.

E non già per un improvviso golpe, né per effetto di degenerazione del sistema istituzionale, ma ad opera di un inaspettato evento esterno: un virus non controllabile, sconosciuto anche alla scienza, pur se qualche pioniere esperto di questa materia ne aveva preconizzato l’imminente avvento.

Ma, si sa che spesso scienziati e profeti non sono presi sul serio, magari soverchiati da quote di informazione, talora troppo compiacente agli assetti di quel momento o da scarse capacità dei governanti di guardare oltre un limitato orizzonte, sprecando l’occasione di prepararsi preventivamente ad eventi drammatici che la scienza aveva ampiamente preconizzato.

Facendoci trovare del tutto scoperti e impreparati all’improvviso ed irruente apparire del virus sars 2 o ,come è stato più precisamente chiamato, Covid 19.

Perdendo clamorosamente l’occasione di una preventiva conoscenza delle sue caratteristiche, delle potenzialità di cura e della sua letalità.

Così il nostro sistema sanitario è apparso subito inadeguato ed impotente, senza i necessari mezzi, contando un’allarmante carenza dei reparti di terapie intensive, tarati secondo piani sanitari che in questi due decenni, nell'obiettivo irrazionale di un risparmio di spesa, ne avevano destrutturato l’intero sistema sul territorio, riducendo enormemente l'equilibrato rapporto,in confronto alla popolazione.

Con l’aggravio che il nostro paese si è trovato senza un piano pandemico aggiornato: la polemica è di stringente attualità e coinvolge anche l’Oms ed un suo esponente di primo piano, precedentemente incaricato, qualche anno addietro,di predisporre il periodico piano pandemico.

Resta indimenticabile l’esperienza terribile che abbiamo vissuto nei mesi di marzo e aprile dello scorso anno, quando si conto’ una ecatombe di anziani, decimati, ancora non si sa bene se direttamente dal virus, o se in concomitanza dello stesso, non lasciando scampo, soprattutto alle persone debilitate da altre patologie, mentre tutte le terapie di volta in volta sperimentate, in quella primissima fase, da eroici medici ed infermieri, spesso senza efficaci protezioni personali, agendo a rischio della propria vita, sono risultate inefficaci.

In ogni caso, molto suggestionarono le immagini forti e assai persuasorie di un immaginario collettivo che una campagna mediatica non si è risparmiata con le colonne di bare che si replicavano nei tg della sera.

Ben poca cosa, certo, rispetto a come la Cina ha ben orchestrato l'informazione mediatica del suo modello di contenimento del virus con un lockdown impietoso e durissimo, con modalità di inaccettabile controllo sociale tramite sofisticate forme di pedinamento telematico.

Modalità cui, sebbene non adottate con quella estrema durezza, e con quelle tecnologie, non hanno potuto fare a meno neanche i paesi di sperimentata democrazia, rivelandosi inevitabile, nei momenti di maggiore diffusione del virus, il ricorso a confinamenti dell’intero territorio, nella doverosa necessità di dare efficace tutela della salute collettiva,che ovviamente nel bilanciamento dei diritti della persona ha particolare rilevanza, in quanto espressione più naturale del diritto alla vita.

Tuttavia la forte compressione di tutti gli altri diritti ha mostrato l’estrema vulnerabilità di altrettante posizioni giuridiche e interessi costituzionalmente protetti allo stesso modo, conculcandone l'esercizio per un non breve e circoscritto periodo, senza dover nemmeno fare ricorso ad alcun provvedimento di rango legislativo, approntati, alcuni, solo in fase postuma per coprire di legittimità i tanti Dpcm,e dopo un certo risentimento di parte dell’opinione pubblica e di emeriti costituzionalisti,raccolto anche dal Capo dello Stato, per la preoccupante marginalizzazione che sembrava aver subito la nostra istituzione parlamentare.

Mentre l'inarrestabile emergenza negli ospedali, ha fatto dimenticare, nelle fasi acute, tutti gli altri ammalati, con sospensione di ogni tipo di intervento che non fosse indifferibile, e non è sembrata conciliarsi, come buona pratica di governo, la decennale inerzia preventiva rispetto ai possibili fenomeni di diffusione di massa di agenti patogeni, e soprattutto virali, di cui già la Sars, di circa 10 anni fa, ci aveva messi n solerte allarme, senza contare i vari scenari che qualche approfondimento giornalistico, di seria fattura, ci aveva anticipato.

E così non si è stati in pochi, tra opinione pubblica e media, a esprimere forti critiche, chiedendoci se in questi momenti così insidiosi e difficili per la tenuta dei settori vitali di un paese(sistemi produttivi e relazioni sociali) non si fosse manifestata una carenza di saggezza politica che, per la gravità del contesto, avrebbe dovuto invece esprimere le migliori soluzioni per il bene comune.

Obiettivo che con tutte le buone intenzioni non è sembrato essere stato adeguatamente perseguito con i provvedimenti adottati con modalità talvolta incompatibili con la natura primaria delle sfere giuridiche che essi sono andati a comprimere e con il blocco e la conseguente desertificazione, per un buon lungo periodo,delle attività produttive in uno stop and go che stiamo pagando a caro prezzo.

Ne' è sembrata di grande efficacia l'altalenante dose di informazioni sulle linee di comportamento, che via via si sono dati alla collettività con troppa improvvisazione o forse con messaggi contraddittori, per la non sopita disputa tra scienziati ed esperti.

Ma resta sullo sfondo il sospetto della grave responsabilità dei governi delle precedenti legislature per lo smantellamento dei presidi ospedalieri di territorio, eufemisticamente definito “razionalizzazione del sistema sanitario" in realtà per risparmiare sulla salute dei cittadini, come scopertamente si è evidenziato in questa emergenza.

Mentre per quel che concerne questo governo pare proseguire su una linea ancora ondivaga.

Ma soprattutto è sul governo del Conte bis che si è maggiormente indirizzato il focus di numerosi interrogativi che ancora oggi attendono una chiara risposta.

Come mai, infatti, visto che il primo comunicato dell'OMS era dei primi di gennaio dello scorso anno, il governo rispondeva con un decreto che riconosceva lo stato di emergenza nazionale solo il 31 gennaio scorso,  quindi minimizzando e senza predisporre in tempo un adeguato piano di approvvigionamenti preventivi (respiratori, ampliamento dei posti di terapia intensiva, mascherine e presidi vari)insomma tutte le risorse, indispensabili per fronteggiare l’impatto del virus?

Poi ci si è attestati ad inseguire il virus, anziché prevenirlo.

Così è bastato l’inevitabile verificarsi di assembramenti nelle grandi città, invogliati dalla frenesia degli acquisti in cashback - ma il territorio dell’Italia non è solo quello - per indurre il governo ad un nuovo severo lockdown sotto Natale scorso,replicato dal governo Draghi anche nei giorni di Pasqua, nell’affanno di una campagna vaccinale che non riesce ancora a trovare la giusta misura, complice anche il caos delle contrazioni nelle consegne dei vaccini ad opera delle aziende produttrici con qualche colpa delle nostre Istituzioni europee che non hanno saputo esigere il rispetto degli impegni a causa di contratti sbilanciati nelle clausole soprattutto sul versante delle garanzie del giusto rispetto degli adempimenti.

Insomma una miriade di contraddizioni, tra messaggi e linee di indirizzo talora confliggenti e talvolta irrazionali e nuove temibili mutazioni del virus, che hanno contribuito a disorientare la popolazione.

Un metodo che ha viziato persino i rapporti con le istituzioni territoriali, pregiudicando ogni facile intesa, con fughe in avanti e tentativi governativi di portare a uniformità le spericolate rivendicazioni di autonomia normativa delle regioni, a loro volta protagoniste di disarmoniche iniziative o sovente in aperta dissonanza tra sottili rivalità tra esse.

Così lo scenario dei tanti confinamenti si è infilato sempre più nel tunnel di un enfatico allarmismo mediatico, facile canale di persuasione ad ogni misura restrittiva.

Facendo affacciare in qualcuno (ne abbiamo visto tenore nell’ “ Appello ai cattolici per la Chiesa e il Mondo ”) la singolare tesi di un concerto mondiale di poteri sovranazionali,capaci non solo di orientare la gran parte delle risorse finanziarie dei sistemi economici dei diversi paesi, ma, a questo punto, ritenuto  maturo per un ulteriore salto di specie, per passare a costruire, in tempi non lontani, una sorta di governo globale dei processi economici dei diversi continenti, disarcionando di fatto le sovranità nazionali, che finirebbero per essere, obtorto collo, funzionali ad essi, con generalizzati meccanismi di suggestione sociale di massa.

Tesi suggestive ma inverosimili, come inverosimile appare (speriamo non sia smentita dai tanti approfondimenti che anche su questa origine e diffusione si stanno facendo) la tesi di una premeditata diffusione del coronavirus asiatico e la concomitante irradiazione del 5G, per studiare in tempo reale collateralmente alle specifiche realtà socio-normative che si sono succeduti nei diversi paesi per fronteggiare l'emergenza reale, gli scenari di nuovi modelli di governo di massa che i pochi possessori delle risorse e delle ricchezze dei paesi, stanno provando a calare sulla testa dei popoli.

E per far ciò basterebbe svuotare le democrazie delle parte sostanziale dei diritti e delle garanzie, lasciandole sopravvivere nella loro identità formale, perché rese più effimere all'impatto di sistemi di controllo sociale sofisticati (5G) consentendo ai governi di monitorare la vita privata delle persone fino ad impadronirsi, come è immaginabile,delle loro intimità familiari.

Una condizione sociale che riporta alle vulnerabilità dell’esistenza tipica dello stato di natura,dove vige la regola dell’homo homini lupus.

Con l'umanità sempre più ricondotta, in un percorso di inesorabile soggezione sociale, al Moloch hobbesiano rappresentato da potenti oligarchie.

Considerazioni e analisi, queste, delle dinamiche interdipendenti tra Cancellerie dominanti e un oscuro “deep state”, che rasentano il surreale.

Anche se non sono state poche le deviazioni ai normali canoni della democrazia e dello stato di diritto, persino nella nostra Europa - emblematico il caso della Polonia e dell'Ungheria - con qualche tentazione anche nel nostro Paese.

Tanto che qualcuno affaccia il rischio di effetti irreversibili che possano sfigurare per sempre la scala di valori che sono alla base di queste conquiste dell’umanità.

Umanità che già sembra aver perso, nei milioni di visi mascherati, il sorriso, la speranza e la visione del proprio futuro.

Ma non ci rassicurano quelle chiavi di lettura che ne scorgono i segni di cicliche traversie dell'accidentato percorso della storia umana, in quella dimensione circolare che trova nel suggestivo e singolare pensiero di Giambattista Vico la sua più emblematica espressione, il ritenere naturale il riemergere ciclico di tragedie universali capaci di scavare un abisso nei nostri cuori al punto da insidiare irreversibilmente il nostro sentire comune.

Un sentire comune che non riusciamo a scorgere nelle iniziative che ciascuna nazione sta unilateralmente portando avanti per l'accaparramento, in quantità ingenti, dei vaccini.

Come fosse una corsa tra paesi tutta al di fuori dai cardini di quella elementare solidarietà tra i popoli che dovrebbe soprattutto motivare i paesi ricchi a venire incontro alle deficienze strutturali nella rete sanitaria dei paesi meno fortunati: l’Africa soprattutto.

Una corsa forsennata che spingerà le comunità a chiudersi più di quanto non abbiano fatto con i migranti e mandare in frantumi ogni impulso verso la cooperazione che trova nel sentimento della solidarietà e fratellanza tra i popoli il suo paradigma.
Uno scenario ben delineato dal prof. Nicholas Christakis, sociologo presso l’Università di Yale, per il quale “le pandemie su scala globale ci obbligano a sopprimere i nostri impulsi evolutivi legati alla connessione con i nostri simili, dal vedere gli amici al toccarci a vicenda”, e “sono particolarmente impegnative per il genere umano, perché pregiudicano la nostra capacità di cooperazione e la nostra tendenza a socializzare”.

È in tale contesto non è escluso che con temibili derive populiste, possano  riaffiorare i tanti sommersi contrasti tra le nazioni, mentre crescerà l’incapacità degli organismi sovranazionali di poter essere in grado di mediare, con il rischio di scenari apocalittici.

Appannando la primaria esigenza di coesione che dovrebbe guidarci nella distribuzione, su scala continentale, di questi presidi vaccinali anti covid19 a tutte le comunità della Terra.

Auspichiamo al contempo che la principale arma con cui si sta combattendo la diffusione del virus, oltre al vaccini, non continui per anni (visto che come sostengono molti scienziati il virus continuerà a circolare per un bel po di tempo) a basarsi sulla ferrea regola del distanziamento e della indotta diffidenza verso l'altro (seppur nell'intenzione degli scienziati non può che essere ovviamente della sola sfera fisica del soggetto) perché rischierà di lasciare dei segni indelebili sulla naturale fisionomia delle relazioni umane.

 Così sulla strada di altalenanti confinamenti, nel sempre più crudele diradamento dei rapporti umani, corriamo il rischio di provocare anche all'interno delle famiglie, soprattutto tra generazioni diverse, nonni e nipoti, un allontanamento di affetti e vicinanze e con esso la recisione di questo insostituibile rapporto educativo tra le generazioni, che sarà difficile recuperare in brevi lustri.

Mentre si insinua permanentemente nella coscienza dell'uomo la paura dell'altro, perché lo si associa, appunto, alla paura del contagio come veicolo di morte.
Con l’effetto che si riducono spontaneamente le promiscuità, alla base dell'inclusività e dell'integrazione delle comunità, e in certi contesti territoriali,ove dominano fenomeni di aperta competizione per accaparrarsi un lavoro, si generano forti sentimenti di odio e di diffidenza e si accresce la tendenza all'isolamento, con la grave ulteriore conseguenza di rendere ancora più esposto l’individuo, che si ritrova ancor più solo e vulnerabile allo spadroneggiare di egemonie oligarchiche e dei poteri forti.

E in questa fallace suggestione l'affettività diventa una insidia e un pericolo.
Viene in mente la brillante premonizione del sociologo Zygmunt Bauman sulla perdita di qualsiasi riferimento “solido” che oggi affligge le società.

Su questa inconfutabile constatazione egli innesta un’analisi della società divenuta sempre più “liquida”.

Una suggestiva teoria che si riconduce al filone post-modernista, con i suoi canoni di ordine e globalismo effimero che per la sua fugace dissolvenza è stato incapace di lasciare un'impronta duratura destrutturandoci in un presente ancora sfuggente ma denso di implicazioni assai inquietanti.

E il segno inequivocabile, come ci spiega Umberto Eco in una sua chiave di lettura del filosofo della “società liquida”, di una tale deriva generata da questi repentini mutamenti lo troviamo nella crisi dello Stato, soggiogato da potenti forze che sovrastano i confini delle nazioni.

Ove l'individuo si sente sempre più smarrito in questo improvviso dileguarsi di tutele e di protezione.

Ed è per lui terribile perché si accorge di aver perso ogni fiducia non trovandolo più a presidio della comunità in modo omogeneo e “solido”, mentre è soverchiato dallo spadroneggiare di peculiari interessi sulla generalità dei bisogni e le essenziali  aspirazioni della persona.

In tale contesto si genera un decadimento delle ideologie e con esso dei partiti sempre meno rappresentativi di valori stabilì,sia pure declinati in diverso modo,che sono la base e l’essenza delle comunità.

Ed è così che si verifica la frantumazione della società.

Perché ne perde il connotato di comunità volta alla ricerca di comune benessere, mentre afferma un liberi tutti, smarrendo la consapevolezza di un cammino condiviso e affermando invece diffidenza e antagonismo verso l’altro, che diviene il nostro nemico.

E diviene financo il terreno ideale del nichilismo, che allontana dalla fede in una salvezza dall’alto o in una piena fiducia nei compiti supremi dello Stato, custode della vita dei suoi membri.

Mentre il soggettivismo si irradia e si impadronisce totalmente della società facendole perdere il suo amalgama.

L’effetto è devastante: perdere l’essenza e la sacralità del concetto di persona, surrogato da un individualismo dell’apparenza, mentre la frenesia e la voglia di apparire, qui ed ora, in un vortice di ingordigia dell’immagine, che già il giorno dopo sono inappaganti, ne diviene il valore.

Riflessioni, quelle di Bauman, che scolpiscono, in un moto perpetuo, tutto il dramma del cammino dell'umanità nel conflitto tra élite e popolo.

 

Luigi Rapisarda