A poco meno di una settimana dalle consultazioni elettorali per il rinnovo del Parlamento europeo del prossimo 8-9 giugno, la domanda su quale sarà il destino dell’Unione europea ripropone, al di là del fondamentale esercizio di democrazia dei Popoli europei, tanto più significativo in quanto collocato in una contingenza storica e strategica che non pare esagerato definire epocale, la questione fondamentale se l’Unione possa ancora oggi, e per il tempo a venire, pre-tendere di incarnare lo spirito europeo, la forma spirituale dell’Europa, e manifestare con coerenza la vocazione ad essere un laboratorio perenne in cui le sfide presenti e quelle del futuro siano affrontate con attitudine al discernimento congiunta a coraggio e memoria del passato.

La memoria degli europei dovrebbe essere, è chiamata ad essere, autocomprensione ed identità giuridica, politica, culturale, antropologica tout court di Europa. Ritorna qui l’illuminante ricostruzione di Hannah Arendt, che esprime magistralmente la lezione della filosofia della Polis (Europa). Ebbene: essere una Polis, ovunque andrete! Questa è la parola d’ordine della colonizzazione greca, la vocazione dalla quale trarre ispirazione, nel senso che il destino di quegli uomini (progenitori europei) era che ovunque fossero andati essi, a prescindere dal territorio che avessero colonizzato, avrebbero portato con sé un’organizzazione della memoria; e dunque Europa non è tanto, o anzitutto, chiamata ad essere la Città-Stato in quanto situata fisicamente in un territorio, ma, invece, deve “ontologicamente” essere l’organizzazione delle persone così come scaturisce dal loro agire e parlare insieme, affinché il succedersi delle generazioni non la trasformi fino a renderne irriconoscibile l’identità.

In questo senso, la manifestazione di capacità generativa dell’Unione europea che ha fatto seguito alla drammatica contingenza della pandemia di covid-19 è sembrata costituire un tempo e una concreta testimonianza di quella originaria memoria condivisa, l’esempio probabilmente insuperabile di quanto (anche) l’Unione sappia concretamente… fare la forza.

Nella prossimità e nel subsidium tra i popoli e governi europei, essa ha inoltre dato prova di come la necessaria solidarietà tra gli europei sia un’essenziale radice costitutiva della Polis (Europa), come già aveva riconosciuto Aristotele. Testimonianza e prova tanto più significative in quanto - dopo le prime espressioni di contrapposti egoismi nazionali, che sembravano chiudere la porta allo spirito europeo e alle stesse disposizioni dei Trattati - rese possibili e avvalorate dalla forza giuridicamente e politicamente insuperabile dello stato di necessità, entro i “confini” del quale le sovranità statuali sono destinate a soccombere alla forza del fatto e alla correlata capacità di governo nella e della eccezione. Proprio in questa condizione è emersa ancora una volta l’ineludibilità ontologica dei processi di integrazione dei Popoli europei e degli Stati membri, con la capacità generativa che gli è propria, la quale ha trovato sintesi e forma compiuta, successivamente, pure nel Regolamento europeo n. 241 del 2021, del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea. Regolamento che ha istituito il dispositivo per la ripresa e la resilienza, e con esso il cosiddetto Piano Nazionale per la Ripresa e Resilienza (PNRR), e per molti versi rappresenta l’identità europea in forma pressoché compiuta.

Il vento della Storia, in verità sospinto e orientato, se non addirittura generato, da equilibri, orizzonti e conflittuali appetiti geopolitici in rapido divenire, è però ancora una volta cambiato. L’Unione appare di conseguenza provata obiettivamente dalle sfide epocali che è chiamata a fronteggiare: tanto da essere ancora una volta rappresentata da taluni come un malato ormai sostanzialmente terminale anziché come un orizzonte infinito di compiti, come sarebbe piuttosto proprio dello spirito europeo del quale è nata per costituire (e rimanere nel suo divenire) l’incarnazione.

Lo spirito europeo, la cui memoria è organizzata e trova espressione con parole dotate di grande vigore concettuale nelle disposizioni del Trattato sull’Unione europea, ha in effetti finito per essere più o meno variamente disatteso, se non pure addirittura rinnegato, da tante contraddizioni storiche che appaiono correlati esiti della sempre più radicale difficoltà dell’uomo (europeo) di fondare il proprio agire individuale e collettivo su un adeguato criterio di recta ratio, e rimanere così fedele alla propria originaria vocazione, e che manifestano la condizione di crisi insieme di Europa e Filosofia (intesa nell’accezione inclusiva di tutte le scienze), le quali sono in correlazione essenziale, tanto che l’una viene meno se vien meno l’altra, dal momento che la Filosofia costituisce, secondo la magistrale lezione di Husserl, il fenomeno originario (costitutivo) dello spirito europeo.

In effetti, infatti, per un verso quella memoria e identità condivisa appaiono formalmente definite e per così dire cristallizzate: nelle disposizioni del Preambolo ai Trattati, che rende manifesta l’ispirazione dell’Unione alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto; inoltre, nell’obiettivo di promozione della pace e dei propri valori, insieme (quale correlato dei primi) al benessere dei propri popoli (art. 1 TUE); ancora in quello di contribuire allo sviluppo sostenibile della Terra, alla solidarietà e al rispetto reciproco tra i popoli, alla tutela dei diritti umani e alla rigorosa osservanza e allo sviluppo del diritto internazionale, in particolare al rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite (art. 3 TUE).

Disposizioni, e principi e valori ad esse sottesi, che, per dirla richiamando le parole pronunciate dall’illustre filosofo austriaco nella conferenza di Vienna del 1935, sono il segno di quella forma spirituale dell’Europa che ha condotto l'umanità a volere e potere vivere ormai soltanto nella libera costruzione della propria esistenza, della propria vita storica, in base alle idee della ragione, in base a compiti infiniti.

Per altro verso, però, quell’organizzazione della memoria non è più riconoscibile in tanti fatti e fenomeni che sono rivelatori di altrettante crisi radicali: il rinnovarsi della tragica esperienza della guerra alle porte dell’Europa, a nord come a sud delle sue porte, guerra che ripropone antiche logiche nichiliste e ritiene di giustificare la sofferenza inflitta ad altri uomini in quanto attraverso di essa realizzerebbe una forma di giustizia compensativa; la grave situazione ecologica a livello globale, provocata dai prolungati abusi di un agire dell’uomo arbitrario e sottratto ad ogni misura; il potere della tecnologia - il fuoco della quale, sottratto agli dei da novelli Adamo e Prometeo postmoderni, diviene paradigma tecnocratico di orientamento (addirittura) sempre più esclusivo dell’agire umano, ma nella nuova temperie politeista è privo del necessario radicamento al ben-essere dell’uomo e sottratto ad ogni concretizzazione del principio etico di responsabilità – potere che schiude le porte a nuove epifanie della volontà di potenza dell’uomo con ricadute problematiche sulla capacità di cercare una misura e con essa il senso dell’umano in ambiti tematici eticamente estremamente sensibili, quali tra gli altri quelli della robotica e dell’intelligenza artificiale, ma anche della conservazione della vita dell’essere umano e della coesistenza pacifica.

Temi che tutti avrebbero bisogno di ampie ed approfondite considerazioni, le quali tuttavia muterebbero l’orizzonte e lo spazio necessario a questa breve riflessione.

Il futuro interroga per tutto ciò la memoria che hanno di sé Europa e i “suoi” europei. A cominciare da quella consapevolezza di Essa che ha condotto a definire il fondamento primo del processo di integrazione comunitaria attraverso le parole programmatiche di Jean Monnet, uno dei suoi Padri fondatori: “noi non coalizziamo Stati ma uniamo uomini”. Parole che esprimono la volontà, nella contrapposizione implicita agli uomini degli Stati (nazionali), di ritrovare proprio nell’uomo l’identità smarrita, dovendosi intendere di conseguenza che quando la sovranità statale abbia ad ostacolare la felicità pubblica è bene che la prima sia sacrificata alla seconda.

Infine, quo vadis Bruxelles?: cosa avverrebbe se, per così dire, mai l’Unione, nello smarrire sostanzialmente lo spirito europeo, uscisse dall’Europa…

Ebbene, conosciamo la via, come uomini, cittadini e cristiani per vincere la stanchezza della quale già parlava Husserl a conclusione della conferenza di Vienna. Siamo infatti destinati a ritrovare la nostra «vigorosa disposizione d'animo che non teme nemmeno una lotta destinata a durare in eterno; allora … dal fuoco soffocato della disperazione per la missione dell'Occidente, dalla cenere della grande stanchezza, rinascerà la fenice di una nuova interiorità di vita e di una nuova spiritualità, il primo annuncio di un grande e remoto futuro dell'umanità: perché soltanto lo spirito è immortale».

La Politica (Europa) è infatti il nostro destino. Siamo chiamati a vivere la nostra condizione umana nella libertà, che è data nella pluralità delle Poleis, quelle terrene e quella celeste, la quale ultima per aprire alla Ragione dell’inclusione e armonia universale ha assunto a suo segno costitutivo l’incarnazione del figlio di Dio ed una croce, piuttosto che una “immanente” vittoria di Gesù a Gerusalemme - e dunque tantomeno può assumersi a Bruxelles di Europa...

Vivremo, allora, qui e ora (ciascun individuo e ogni comunità particolare nel tempo che gli è dato attraversare) mai il trionfo di Europa o ogni misura dell’esistenza finirà prima o poi smarrita?

La nostra coscienza europea, nelle sue radici greco-romane e cristiane, riconosce che la risposta va rinvenuta nell’esistenza di un Ordine naturale, del quale occorre farsi semi fecondi, nella consapevolezza, che è frutto di compiuto discernimento dello spirito, che l’orizzonte di Europa, dei suoi compiti e ideali, è infinito, e, nell’estrema tensione generativa ad esso di ogni uomo e popolo europeo della Storia, solo nella sua morte potrà in definitiva darsene il definitivo e ultimo, metafisico, compimento.

 

Massimo Asero*

 

 

Massimo Asero

Coordinatore Ufficio studi, ricerca e sviluppo, Fondazione Achille Grandi. Avvocato del Foro di Catania - Dottore di ricerca in diritto pubblico, Tor Vergata – Università di Roma. E’ stato direttore del Centro studi Acli Sicilia Mons. Cataldo Naro dal 2014 al 2018. Ha collaborato con la Cattedra di Diritto dell’Unione europea del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Catania tra il 2009 e il 2014, in qualità di cultore della materia. Attualmente collabora con la Cattedra di Diritto dell’Unione europea del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. E’ stato delegato per le tematiche europee dell’Osservatorio sulla Giustizia civile di Catania dal 2013 al 2014. Dal 2012 è membro del comitato di redazione di KorEuropa. Dal 2019 è impegnato nel Progetto Generazioni 2.0 in collaborazione con l’Istituto socio-politico Pedro Arrupe. Nel 2016 ha fatto parte del Comitato che ha presentato una proposta di Regolamento istitutivo della Consulta dei cittadini migranti della Città di Catania, contribuendo alla redazione del testo.