Le mire cinesi in Afghanistan: tra ostacoli da rimuovere e promesse d’investimento

 

Dopo 20 anni di guerra costati 6400miliardi di dollari (5,4 mila miliardi di euro), gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Afghanistan. Il costo umano di questa crociata contro il terrorismo è stato tremendamente alto anche in termini di vite umane, con circa 170.000 morti tra civili afghani, soldati e membri delle forze dell’ordine del paese, militari statunitensi e “contractor”, soldati professionisti di compagnie private, oltre a 53 militari italiani. Le vittime tra le forze talebane e le forze di opposizione alla presenza occidentale sono state 51.191. Nel tragico computo vanno infine inseriti 444 operatori umanitari e 72 giornalisti.

Questo paese inconquistabile, ora in mano ai Taliban, è divenuto obiettivo di mire espansionistiche da parte della Cina, disposta a rimuovere eventuali ostacoli con ogni mezzo (annessioni territoriali coatte, elevati investimenti, accordi politici ovvero  repressione) per instaurare una collaborazione il più possibile profittevole col nuovo governo (dal 2017 Pechino ha già investito oltre 4 miliardi $ nelle risorse minerarie afgane) , essendo già in ottimi rapporti con il vicino Pakistan( paese in cui ha già investito 6 miliardi di $ in particolare per lo sviluppo dell’area portuale di Gwadar), di cui si servirà in ogni modo per aprirsi una via verso questa terra.

L’Afghanistan, infatti,può essere consideratoil tassello mancante per la realizzazione del macro progetto che porta il nome di Via della seta-un nuovo modello di globalizzazione alla cinese- con l’auspicata annessione al CPEC e parte dell’ambizioso ed ampio progetto della BRI- Belt and Road iniziative-, essendo un paese ricco di risorse minerarie in una posizione estremamente strategica(Corridoio di Wakhan) per l’apertura definitiva del canale commerciale verso l’Europa.

Il nuovo regime talebano è ancora molto imprevedibile, non si è sbilanciato in termini di alleanze, anche se è possibile ipotizzare accordi con altre Nazioni a regime totalitaristico (Cina, Russia, Pakistan), vicine geograficamente e con nessuna volontà di cambiare il paese, sebbene il nuovo governo instauratosi - una teocrazia guidata dal leader religioso Haibatullah Akhundzada, con un primo ministro da lui controllato,abbia in più di una occasione ribadito la volontà di essere riconosciuto a livello internazionale impegnandosi in tal senso.

La comunità internazionale ha già ribadito che nessun dialogo si aprirà finché non saranno garantiti certi standard nel rispetto dei diritti umani di tutti i cittadini, e verrà raggiunta una visione politica comune che ne legittimi, di fatto, la presa del potere.

La Cina cercherà di allargare la propria sfera d’influenza con ogni mezzo, il suo Premier Xi Jinping avrà ora la possibilità di espandersi senza interferenze, cercando di creare forti relazioni economiche(per lo sfruttamento delle miniere),e politiche attraverso accordi tendenti a contrastare  il terrorismo(per la protezione dei confini),e ad evitare che lo Xinjiang possa diventare una base per il terrorismo islamico: sia Afghanistan che Pakistan sono, storicamente, roccaforti di militanti non solo Talebani, ma anche di Al Quaeda e dell’Is, e la vicinanza con la Cina  acuisce (giustamente) i timori di attacchi armati ed attentati.

È esattamente quest’area nel nord ovest della Cina il punto di partenza dell’espansionismo cinese, il miraggio, in continuo divenire, rappresentato dalla Via della Seta, l’ormai nota BRI , un collegamento che potrebbe congiungere la Cina al Medio Oriente,  dalla Siria (Raqqa) a Pechino passando per Urumqui, la capitale dello Xinjiang , patria dell’etnia Uigura.  Gli Uiguri, la quarta etnia per popolazione tra le 57 riconosciute dal governo centrale cinese, conta 11.303.355 di persone, ed è sono sotto l’influenza di Pechino dal 1949, subendo da decenni tentativi di integrazione coatta che non ha risparmiato metodi brutali e sistematici, come lunghe campagne di sterilizzazione forzata e contraccezione (la natalità uigura tra il 2015 ed il 2018 calò del 60%, ed anche nel 2019 ha continuato a diminuire nello Xinjiang fino al 24%); o come l’immigrazione coatta e programmata di cinesi Han nella medesima regione, in un vero e proprio tentativo di prevaricazione etnica già evidente oggi nella composizione della popolazione (solo il 46% di uiguri vive nello Xinjiang, il resto si trova nella provincia dello Hunan nella Cina centro- meridionale e nella Contea di Taoyuan).

Numerose sono state, negli anni, le violenze subite da questa minoranza, le cui proteste sono sfociate in sanguinose rivolte tra il 2008 ed il 2009, duramente represse dal governo centrale che ha reso questa regione una delle più controllate militarmente al mondo. Dal 2014 hanno iniziato ad emergere notizie riguardanti i maltrattamenti e gli abusi subiti dalla popolazione uigura: oltre 3 milioni si trovano ancora detenuti (Illegalmente, senza nessun ufficiale capo d’imputazione) in “campi di rieducazione dello stato” il cui unico fine è l’indottrinamento forzato per privare questa etnia dei proprio usi e costumi, del proprio culto religioso, l’Islam, e della propria cultura: i metodi sono spesso i più brutali, con molti testimoni che hanno riportato di aver dovuto rinunciare alla loro lingua madre, tale è stato il lavaggio del cervello.

Alla luce di questa situazione, il dissenso uiguro non è destinato a placarsi, traducendosi in atti di terrorismo da parte del movimento separatista affiliatosi all’IS transnazionale (fortemente presente nei confinanti Turkestan Orientale, Pakistan, Tagikistan,Kirghizistan..)che ha favorito l’arrivo di combattenti cinesi di ritorno dalla Siria, come pure di ingenti fondi dell’Islamic State che hanno finanziato le attività di lotta.

Ma quant’è davvero preziosa la regione dello Xinjiang? È opinione ormai diffusa che la campagna attuata  sia in realtà un pretesto ( vista ad esempio l’assoluta intolleranza del governo cinese nei confronti di religioni diverse da quella di stato) per riuscire a far proprio un territorio ricco di combustibili fossili, via d’accesso allo spazio “post- sovietico”dell’Asia Centrale, e soprattutto ponte verso occidente necessario per collegare il territorio cinese all’Afghanistan.

La “Belt and Road Initiative” cinese è un progetto che, tra l’altro, prevede  un insieme di interventi riguardanti costruzioni di infrastrutture quali strade, porti e ferrovie; la produzione e distribuzione di energia; una graduale integrazione politico economica sotto la sfera d’influenza cinese, combinata con  una progressiva azione di “soft power culturale” nei luoghi di espansione con l’intento, almeno ideale,  di  ricostruire la Via della seta originaria, a vocazione internazionale ma scevra da meccanismi di potere e supremazia (come è invece quella attuale), avendo come unico scopo la condivisione di un’area di libero scambio grazie ad un accordo di commercio unitario - dunque non attribuibile al merito di un unico impero.

Se si riunissero tutti i progetti ad essa riconducibili, si creerebbe una rete globale che raggiunge il 70% dei paesi esistenti. Negli anni molte sono state le polemiche ed i dubbi sollevati riguardo la poca trasparenza sulle fonti di finanziamento per questi progetti strutturali, come anche a quanto ammontino i reali km di infrastrutture in corso d’opera, non esistendo un sito realmente attendibile che elenchi i progetti in corso o i futuri investimenti.

Questa enorme ondata globalizzatrice cinese è giunta a siglare accordi  di basso valore legale, definiti in gergo “memorandum of understanding”, con oltre 140 paesi, tra cui l’Italia: la nostra penisola rappresenta un punto estremamente strategico grazie ai suoi porti, che da anni favoriscono ottime relazioni commerciali con la Cina.

 Il progetto nel suo insieme si compone di 5 cinture terrestri e 2 marittime, anche se nella realtà i tracciati continuano a moltiplicarsi in modo indefinito. Le  principali cinture terrestri sono:

-NELBEC- New Eurasian land Bridge economic corridor( che dovrebbe passare dallo Xinjiang, dal Kazakistan, dalla Bielorussia, dalla Polonia per raggiungere la Germania);

-CMREC- China-Mongolia-Russia economic corridor (che attraversando la Mongolia raggiungerebbe la Russia occidentale)

-CCWAEC- China-Central Asia- West Asia economic corridor (che attraversando l’Asia Centrale  raggiunge la Turchia)

-CICPEC- China-Indochina Peninsula economic corridor (che attraversa tutta la pensiola indocinese)

-CPEC- oggetto d’analisi- China-Pakistan economic corridor (che raggiunge il territorio Pakistano e che con i nuovi accordi già in corso dovrebbe includere il terriorio afgano attraverso la costruzione di una strada nel corridoio di Wakhan)

Mentre le principali cinture marittime sono:

  • La via della seta marittima del xxi secolo (partendo dalla Cina meridionale naviga fino al Corno d’Africa attraversando i mari del Sudest asiatico e l’Oceano Indiano, dove si biforca tra una rotta a nord verso Suez e l’Europa, e una rotta meridionale verso Nairobi e i mercati africani, uno degli obiettivi principali nella strategia cinese.)
  • La via della seta polare (un accordo che ha suscitato molti dubbi sulla sua reale natura, essendo il risultato di una serie di accordi con Mosca, che dovrebbe collegare la costa cinese settentrionale con i grandi porti dell’Europa del Nord passando attraverso le acque territoriali a nord della Russia, ma che ad oggi appare come un progetto di collaborazione tra compagnie energetiche nella ricerca e sfruttamento di idrocarburi in quelle stesse zone artiche.)

La rotta che permetterà di completare il CPEC, di cui sopra, è già in corso d’opera, con Pechino che ha dato il via alla costruzione di una nuova strada che colleghi la Cina col vicino Afghanistan attraversando l’area di confine che unisce i due paesi:

 il Corridoio di Wakhan, una striscia di terra lunga 300 km e larga 60 km nel nord-est dell’Afghanistan, che si snoda lungo la catena montuosa del Pamir e rappresenta la via d’accesso alle risorse minerarie di questo paese. I Taliban lo hanno conquistato poco prima di invadere Kabul e sono ben coscienti dell’importanza strategica della zona.

Il nuovo collegamento, che permetterà alla Cina di migliorare la logistica necessaria allo sfruttamento delle risorse minerarie- ad esempio le miniere di rame dell’Anyak, il cui valore è stato stimato approssimativamente sui 1000 miliardi di $-, era già in corso d’opera grazie ad un accordo d’investimento che il governo del Presidente Ashraf Ghani (datosi alla fuga durante la presa di Kabul) aveva stretto con Pechino per 5 milioni $; ora che il governo è stato spazzato via, i cinesi vogliono aumentare il livello d’investimento.

Da non tralasciare sono le conseguenze sul piano umanitario di questa nuova fase: il territorio del corridoio risulta abitato da circa 13.000 persone, di cui 1000 di origine Kirghisa risiedenti nella parte più orientale del territorio -quella interessata dalla costruzione della strada- di cultura nomade, che praticano un tipo di Islam Sciita(Ismailita) e parlano una lingua di ceppo iraniano; gli altri 12.000 sono appartenenti al gruppo etnico Wakhi. Queste popolazioni vedono ora la loro cultura e tradizioni messe a rischio dal nuovo progetto, oltre ad essere in tensione per possibili rivendicazioni talebane col pretesto di spazzare via una minoranza religiosa (in Afghanistan si pratica l’Islam Sunnita).

La Cina è diventata dunque la protagonista di un nuovo blocco geopolitico nel quale in prima fila troviamo la Russia, seguita da Pakistan e Afghanistan. Non è difficile rendersi conto di quanto ampie siano le risorse a disposizione di questo impero, come anche di quanto estesa ed intricata sia la rete globale che ha costruito in ogni luogo della terra in cui abbia avuto l’opportunità di insediarsi tramite accordi commerciali, investimenti e progetti di varia natura.

Uno degli aspetti che incuriosisce maggiormente, è come sia possibile che un paese pubblicamente intollerante nei confronti di altre culture e religioni, cerchi in ogni modo possibile il dialogo e la collaborazione con paesi musulmani, come in questo caso l’Afghanistan. Se da un lato è vero che, in nome del potere economico, si scenda a qualunque compromesso, dall’altro le condizioni proposte al vicino afgano in cambio di cospicui investimenti nel paese – nessun tipo di relazione con la popolazione uigura e nessuna mira espansionistica fuori dall’Afghanistan- appaiono quantomeno contraddittorie, considerando che al tavolo delle trattative partecipano i Taliban: non è ancora del tutto chiara la posizione del nuovo governo riguardo tali richieste, ma, considerata la supremazia religiosa nella scala dei valori di questo popolo, sembra difficile , tranne che per Xi Jinping, pensare che sia disposto a chiudere  gli occhi di fronte al trattamento che i cinesi riservano ai musulmani.

Gli equilibri in quest’area rimangono ancora precari, solo il tempo darà una risposta circa la linea che i Talebani seguiranno internamente come pure a livello internazionale: era, infatti,  prevedibile che i cinesi avrebbero cercato di approfittare della ritirata americana, ma resta da vedere se tutto questo si tradurrà in un vantaggio per quel Paese.

 

Carlotta Biggi