IL POPOLO

Cultura



Jasmin Diglio e Roberto Tassan, esperti di psicologia e psicoterapia, presentano lo scopo della loro ricerca sulla “nequitia” ossia sulla “cattiveria” o “malvagità umana”. Essi si addentrano nella selva oscura costituta dal problema del “male”. Un problema attorno al quale da millenni si sono tormentate le menti di uomini esperti e non esperti nei campi più svariati del pensiero: dalla religione, alla filosofia, alla letteratura, alle scienze sperimentali. Il discorso degli Autori prende il via dalla celebre tesi di Socrate: “La cattiveria non esiste, esiste solo l’ignoranza intorno al bene”. Il filosofo, come è noto, dava dimostrazione della tesi con questo ragionamento: “Ogni uomo cerca e vuole il massimo di bene per la propria vita. Se un uomo conosce in che cosa consiste il bene non può non agire in modo da ottenerlo. Quindi il vero problema è conoscere il bene. Chi conosce il bene non farà mai il male.”
Il concetto e la nozione di che cosa intendiamo con la parola diritto, appare già presente nella mente di ogni essere umano. Le prime forme di quel tipo di organizzazione sociale a cui diamo oggi il nome di “Stato” si riferiscono appunto al realizzarsi di forme organizzative stabili nel tempo. La forma organizzativa stabile, attualmente diffusa oggi in moltissimi paesi, la chiamiamo Stato di Diritto: in essa il concetto di diritto e il concetto di Stato sono complementari: ognuno dei due è fondamento dell’altro.
Circa sessant’anni fa un gruppo di ragazzi miei coetanei, dopo lunghe e accalorate discussioni sul problema del fondamento della morale, mi affidarono il compito esporre le conclusioni che erano risultate più convincenti per “quasi” tutti. Come si diceva la tesi su esposta, in quanto fondata sulla logica matematica, è apparsa certa e indubitabile a “quasi” tutti i ragazzi di cui sopra. Ma il fatto che non tutti ne fossero convinti impone che la tesi stessa rimanga aperta alla più ampia discussione.
Come mai il tema della guerra ha un fascino così alto nelle menti degli scrittori e degli esseri umani in genere tanto da trovare sempre nelle opere letterarie un posto preferenziale rispetto al tema del lavoro? L’interrogativo ci viene riproposto dall’esame dell’opera più famosa dei poeti latini, Publio Virgilio Marone (70-19 a.C.), noto, proprio per la sua enorme fama, col solo nome di Virgilio. A questo punto dovremmo iniziare un discorso molto lungo sulla “natura” degli esseri umani i quali mostrano di sentire per la letteratura che ha come tema la guerra, un’attrazione molto più forte che per la letteratura che ha per tema il lavoro. O in altre parole provano un’attrazione più forte per una convivenza nella quale prevalgono l’odio, la discordia, la guerra, la morte che non per una convivenza fondata sul rispetto, sulla concordia, sul lavoro, sulla vita.
Nous n'irons pas au but un à un, mais par deux
Nous connaissant par deux nous nous connaîtrons tous
Nous nous aimerons tous et nos enfants riront
De la légende noire où pleure un solitaire.
Paul Eluard Le temps déborde (1946)
Rudyard Kipling (1865-1936) ha scritto, tra molte opere famosissime, una raccolta di brevi componimenti intitolata “Epitaffi di guerra”. Lo scrittore immagina di trovarsi, durante la Prima guerra mondiale, in un cimitero di guerra di soldati inglesi e di leggere l'epitaffio, scritto sulle singole lapidi, che riferisce il motivo della morte di ciascun caduto. Nel testo qui in esame egli legge quello posto sopra una tomba di un gruppo di caduti sepolti insieme.
Questa poesia veniva imparata a memoria durante la scuola elementare e media negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Il suo contenuto è facilmente comprensibile. L’impulso ad aggredirsi e a uccidersi è nel cuore degli uomini, anche fratelli, fin dalla prima infanzia. Ma nel cuore degli uomini c’è anche l’impulso ad abbracciarsi e a proteggersi reciprocamente dalla morte che aspetta tutti alla fine della vita. Troppo facile dire, con Giovanni Pascoli, che il primo impulso va represso e il secondo va coltivato?
Il 15 novembre la Chiesa celebra la memoria liturgica di Sant’Alberto Magno. Ho ritrovato tra le mie carte questi appunti inesperti e del tutto discutibili, improvvisati “naturaliter” nel 1959, dopo aver riflettuto sul motto in epigrafe di questo gigante del pensiero filosofico e religioso. Oso riproporli. Naturaliter de naturalibus è uno di quei discorsi che con pochissime parole dicono davvero tante cose (multa paucis). Gli insegnamenti che si possono trarre da questo discorso di Alberto di Colonia sono qualificanti. Alberto di Colonia, meriterebbe di essere chiamato “magno” (grande) solo per il fatto che egli abbia offerto l’insegnamento oggetto della presente riflessione. Infatti chiunque decida di riflettere soltanto sul senso della frase in esame, comprende che il conflitto fra ragione e fede non solo è evitabile ma, a ben guardare, non ha nessun motivo di esistere.
Internet è uno strumento di comunicazione trasversale, consente agli utenti di connettersi fra loro indipendentemente dal luogo geografico, dalla lingua, dalla religione, dalle tradizioni. Ciò abolisce i confini nazionali che in passato limitavano la comunicazione fra gli utenti. È la globalizzazione, Internet resta un terreno anarchico ma allo stesso tempo molto democratico...
Internet consente di connettere milioni di persone in tutto il mondo, valicando i confini degli stati. La fusione del cinema e della rete è stata un successo, ma sono ancora profondi i problemi legati ad essi. Per capire come funzionano le piattaforme distributive online è necessario spiegare come funziona la distribuzione tradizionale. La distribuzione rappresenta la seconda delle tre fasi della filiera cinematografica (produzione, distribuzione, esercizio) e interviene al termine della post-produzione del film, ovvero nel momento in cui si ha a disposizione la copia negativa interamente mixata.