IL POPOLO

Società

Verso la località trentina di Serrada sono indirizzati due messaggi, non datati, di Gabriele d’Annunzio ad Alessandro Pozzi, suo legionario di Fiume: “Sono contentissimo di avere finalmente un segno da te. Stop. Anche Pierfilippo mi ha dimenticato”. Il riferimento è al conte Pier Filippo di Castelbarco, di cui Danilo Massagrande documenta la presenza di tre messaggi a lui indirizzati dal poeta, da Fiume (1920) e Gardone (1921). Luigi Cadorna era stato nominato capo di stato maggiore dell’esercito pochi giorni prima dello scoppio della guerra, ben presto palesandosi “mosso da un altissimo senso del dovere – scrivono Astorri e Salvadori - e dalla ferrea convinzione che tutto deve essere sacrificato alla vittoria”. L’8 novembre del 1917, dopo la disfatta di Caporetto, fu costretto a lasciare il comando dell’esercito e, finita la guerra, venne nominato maresciallo d’Italia.
Ogni partito di massa aveva la sua donna-simbolo. Per la Democrazia cristiana è senz’altro Tina Anselmi, per il Partito comunista Nilde Iotti (“una gran donna” dice l’amico Sergio Conzatti); infatti son state entrambe fictionate, cioè fatte oggetto di una rappresentazione in forma di fiction: per la Rai e per altri media.
“Studiosa di problemi religiosi e sociali, documentati in opere che, pur tra le lacrime, precorsero tempi prospettive ed idee più tardi trionfanti”, Antonietta Giacomelli (1857-1949) fu una “paladina del bene”, secondo la definizione che ne dà A.A. Michieli in un volume del 1954 edito dall’Accademia roveretana degli Agiati. Livio Fiorio, che di quel sodalizio fu presidente, la presenta invece come una singolare figura di donna e un’instancabile indagatrice di fatti e fenomeni di vasta portata sociale. Antonietta scrisse molto. Antonio Stoppani fu il suo primo estimatore, mentre Benedetto Croce ne apprezzò “l’evidenza delle descrizioni, il commosso sentimento, i vivi ricordi patrî, il profondo cristianesimo e il cuore aperto alle voci della vita”. Padre Semeria giudicò il suo Lungo la via, con otto edizioni, “l’opera più rappresentativa della psicologia cristiana moderna di una donna italiana”. Come del resto Sulla breccia, essa è un diario romanzato di carattere sociale-educativo.
È un libretto per introdursi consapevolmente nella terza e, potendo, anche nella quarta età. Edito da Vita Trentina, “Invecchiare bene è un’arte” l’ha pensato e, in parte, scritto don Piero Rattin, biblista già delegato del vescovo di Trento per la pastorale di pensionati ed anziani ed ora rettore del santuario della Madonna di Caravaggio a Montagnaga di Pinè. All’agile testo hanno contribuito anche alcuni esperti, tutti rigorosamente anziani.
Luchino Visconti preferiva stare solo piuttosto che – diceva – “in mezzo a chi non ha niente da darti e cui non sapresti dare niente”. Dare e prendere, dare e portare via. “Vado a Torbole, alla Messa di don Vincenzo, perché almeno mi porto via qualcosa”, si confida una signora di Riva. Analoga questione solleva Paolo Malvinni, già bibliotecario, a proposito del soggiorno tutto sommato breve di Rocco Scotellaro (1923-1953) a Trento. Cosa si portò dunque via dal capoluogo il sindaco-bambino di Tricarico, “il poeta della libertà contadina”, come lo definisce Franco Vitelli e, prima di lui, Carlo Levi?
Questi incontri sparsi per l’Italia si chiamano “Meet the Meeting”. Nella sede della Fondazione Caritro, in via Calepina a Trento, ecco una presentazione pubblica del Meeting di Rimini edizione 24, come ora si dice, in programma alla Fiera dal 20 al 25 agosto prossimi. Un bozzetto del mondo nuovo, per dirla con don Giussani che contribuì ad avviarlo ormai 45 anni fa. Una proposta sfidante, secondo Paolo Cainelli dei Memores Domini, un Meeting più a misura d’uomo secondo Salvatore Cinquemani, il responsabile amministrativo della kermesse romagnola attento alle buone pratiche, alle pratiche virtuose. “La vita a episodi – assicura Salvatore -, la vita schizofrenica non mi interessa”. E “i miei amici sono di altri movimenti, o di altre fedi”.
ll 27 giugno Cino Tortorella avrebbe compiuto 97 anni, come da qualche tempo usa dire per chi a quell’età non c'è arrivato. Al Piccolo Teatro di Milano, dove fu allievo di Giorgio Strehler, mise in scena nel 1956 la pièce teatrale per ragazzi dal titolo "Zurlì, mago Lipperlì", da cui nacque il suo primo programma televisivo: "Zurlì, mago del giovedì". Dal 1959 al 2008 - vero Guinness dei primati - Tortorella condusse lo Zecchino d'Oro, dove per molto tempo interpretò proprio Mago Zurlì, assai amato dal pubblico italiano. Fondò inoltre, dopo un attacco ischemico che lo portò anche al coma, l'associazione "Gli amici di Mago Zurlì" quale osservatorio per il rispetto dei diritti dell'infanzia.
Il senatore Renzo Gubert ci segnala il riconoscimento dato in questi giorni a una trentina, Emiliana Zecchini (sorella di sua moglie), che ha sempre mantenuto i legami con Trento, dove un suo nipote si è laureato. Nata a Roncegno prima di sette figli, il padre Mario tra i primi radiologi a Trento (collega e amico del senatore Mott quando questi era medico a Riva del Garda), Emiliana - frequentato il liceo classico “Prati” a Trento - divenne assistente sociale diplomandosi nel capoluogo trentino, presso la Scuola superiore regionale di servizio sociale, nell’anno accademico 1950-1951. La sua dissertazione, presentata da Antonia Pruner, verteva sulla crisi degli alloggi nel dopoguerra e sulle sue ripercussioni sociali.
Leonardo Granata lo presenta come il principe dei cuochi. Martino, il cuoco segreto della corte papale, “il nostro Comasco” come lo definì il Platina, ci ha consegnato il primo ricettario firmato della cucina italiana, anello di congiunzione tra la cucina medievale e quella moderna, in un passaggio davvero epocale. La sua è una cucina di altissimo livello, adeguata ai personaggi di prestigio cui è rivolta, ma non mancano nel ricettario testimonianze della cucina di tutti i giorni (come le zanzarelle). Le polpette le inventa lui, anche se sono un po’ diverse dalle nostre. Sua è la prima ricetta dello zabaione. Nel rinnovato Convento dell’Inviolata è stato presentato a Riva del Garda il Libro de cosina di Maestro Martino de’Rossi, un manoscritto non si sa come approdato sulle rive benacensi e, forse, donato da una famiglia abbiente del posto tra Otto e Novecento.
Le due uniche persone verso cui Luchino Visconti provò una vera e illimitata ammirazione – ha osservato Massimo Fini – sono la madre, idolo di gioventù, e Proust, amore di tutta una vita. Ma non ci sono solo la madre, Puccini e Proust tra i casti amori del regista. Ecco, infatti, un’intera regione: la Lombardia. “La mia aria lombarda – dichiarava infatti Visconti nel 1973, dopo la trombosi che l’aveva colpito l’anno prima – ha agevolato la ripresa del fisico in modo molto più rapido di un ritmo normale. E la permanenza a Cernobbio ha confermato quel che rappresenta, per me, la Lombardia per la vita fisica, al di là del grande apporto che Milano e la mia terra hanno offerto alla mia formazione spirituale, alla mia esistenza, al mio lavoro”.